Verdetto in Cassazione il delitto di Arce non ha un colpevole

Carmine Belli, già assolto in primo grado e in appello, non è l’assassino di Serena Mollicone, la ragazza massacrata nel 2001

Edoardo Montolli

da Roma

Ora non ci sono più dubbi. Dopo due sentenze di assoluzione, la Cassazione, rigettando il ricorso della Procura, ha chiuso definitivamente il cerchio: Carmine Belli non è il mostro di Arce, non è lui ad aver ucciso la diciottenne Serena Mollicone. Nonostante gli indizi presentati dall'Uacv, il fiore all'occhiello della polizia scientifica, nonostante le accuse del padre della ragazza. Nonostante i 17 mesi passati in cella senza un perché. Una vicenda terribile, nella quale il carrozziere di Rocca d'Arce si era infilato con buone intenzioni, diventando presto da testimone a indagato.
Tutto comincia la mattina del primo giugno 2001, quando Serena scompare dalla fermata dell'autobus di Isola Liri, dopo essere stata all'ospedale per una visita ortopanoramica. Carmine vive come lei ad Arce e, appena la notizia si sparge, partecipa attivamente alle ricerche. Fa anzi di più. Va dai carabinieri dicendo che l'ha vista litigare con qualcuno. E che lui, bon viveur, conoscendo la zona dove si radunano le coppiette, può dare una mano. Poi torna, ricordandosi che la ragazza che aveva visto non era lei. E non era nemmeno il primo di giugno. È tardi, perché due giorni dopo il cadavere della ragazza viene rinvenuto a Fontanacupa, in aperta campagna (la zona che Belli conosce bene): un sacchetto in testa, legata mani e piedi con fil di ferro e nastro adesivo.
Il caso è delicato e viene coinvolta l'Uacv che fa rilievi, analizza, studia la scena del crimine. E porta la sua attenzione proprio sulle contraddizioni di Belli. Trova, in un appartamento in cui lui abitava molto tempo prima, del nastro adesivo simile a quello usato per legare la ragazza e, nella sua carrozzeria, un talloncino dello stesso dentista da cui andava Serena. Sembra fatta, e il 6 febbraio 2003 scattano le manette: Belli ha caricato la giovane a Isola Liri in macchina e l'ha poi uccisa. Per tutti è il mostro di Arce.
È allora che chiede aiuto al pool del criminologo Carmelo Lavorino, direttore del Cescrin, Centro studi investigazione criminale. E non per caso. Già nel 2000, Lavorino, come consulente della difesa, ha fatto assolvere nella zona Claudio Cerelli, accusato del delitto del '97 di Giovanni Violo, e per il quale ha scontato ben ventisei mesi di carcere preventivo. E, come allora, come in un legal thriller, Lavorino rifà il percorso dalla carrozzeria a Isola Liri, cronometra i tempi, scopre uno scontrino che dimostra che davvero non era quel giorno che Belli aveva lasciato il posto di lavoro. Di più. Scopre che sia il talloncino del dentista, trovato lindo in mezzo alle carte unte della carrozzeria, sia il nastro adesivo, non solo non hanno le impronte di Belli, ma nemmeno quelle di Serena, né presentano tracce di cancellature. Uno dei tanti misteri del caso. «Le tracce di dna trovate sul fil di ferro che legava la ragazza, poi, non sono di Belli», spiega il criminologo che, una dietro l'altra, smonta tutte le accuse.
Il 7 luglio del 2004 la Corte d'Assise di Cassino assolve infatti il carrozziere: in tutta la teoria dell'accusa mancano le prove. La Procura presenta appello puntando tutto proprio sul talloncino del dentista. Belli arriva difeso dagli avvocati Eduardo Rotondi e Roberto Migno. E il 30 gennaio scorso il giudice Antonio Cappiello ci mette meno di due ore per confermare l'assoluzione. Sembra finita, invece non basta. Ancora ricorso, ancora la gogna. Fino all'altro ieri, quando la Cassazione lo rigetta.
Belli esce di scena, ma Arce si risveglia sapendo che c'è un assassino in circolazione. «A dire il vero - prosegue Lavorino - bastava e basta cercare bene. Esistono due impronte digitali sconosciute sia sul nastro adesivo sia sulla copertina di un libro ritrovato vicino al corpo della ragazza».
Con il delitto di Serena diventano sei i casi irrisolti nella zona dal 1997: il delitto di Giovanni Violo rimasto impunito, lo strangolamento di Giuseppina Vanni, Rosina Di Carlo, uccisa a coltellate nel '98, Teresa Guerra e Vincenza Spada, massacrate nel '99. Riguardo alla Mollicone, Lavorino un'idea su chi possa aver ucciso ce l'ha. «È chiaro che la ragazza non è stata ammazzata lì, ma ci è stata solo portata, visto che non c'è traccia di terriccio e di erba all'interno del nastro adesivo. E poi ci sono gli orecchini, la collana e l'orologio spariti. Ciò fa pensare a un possibile feticista, un serial killer all'inizio della sua attività criminale». Il cellulare invece fu ritrovato dal padre nel cassetto di casa insieme a dell'hashish. Ma dopo la perquisizione. L'assassino, chiunque sia, entrò in casa durante i funerali.