Un verdetto quasi impeccabile

«Solo chi cade può risorgere», si scriveva ieri di Mickey Rourke: a conferma, l'autobiografico The Wrestler, diretto da Darren Aronofksy (altro bisognoso di risorgere), ha ricevuto il Leone d’oro.
La scelta americana, seppur off-Hollywood, è stata aiutata dall’infimo livello del concorso: non meritavano di esserci metà dei film, scelti o per delirio cinefilico, ispirato dai morenti Cahiers du cinéma, o per ripiego (sciopero degli sceneggiatori a Hollywood). A errori e orrori ha un po’ rimediato la giuria: salvo The Hurt Locker di Kathryn Bigelow, ciò che valeva ha avuto un riconoscimento.
The Wrestler è una storia dura. Non finisce bene (a oggi, almeno) come quella del suo interprete. Il lottatore impersonato da Rourke - mezzo atleta, mezzo attore - muore sul quadrato, come Molière morì sulla scena. Ma la realtà di un Rourke rifiorito ha prevalso al Lido sulla fantasia che lo trasfigura in «The Ram» (l'ariete), fallito che incarna la disperazione insufflata da Aronofsky: equilibrio perfetto per il pathos da premiazione.
Ciò detto, Rourke è sempre stato un vero attore. Che gli sia piaciuto più prendere pugni veri, da pugile professionista, che darne di finti da divo stereotipato, gli dà una dimensione personale che va ben oltre la Mostra.
La rilevanza della sua interpretazione mette ovviamente in ombra l’attore serio ma monocorde che ha avuto la coppa Volpi, Silvio Orlando. Quest’ultimo va inteso, piuttosto, come riconoscimento al Papà di Giovanna di Pupi Avati, fra i migliori film di questo regista sottovalutato, che così risorge quasi quanto Rourke. Esce infatti ristabilita l’esatta gerarchia di valori fra Avati e Ferzan Ozpetek e Pappi Corsicato.
La coppa Volpi a Dominique Blanc per L'autre di Patrick Mario Bernard & Pierre Trevidic tocca un’attrice ignota agli italiani, sebbene di lungo corso e grande professionalità. Premio che ha anche il significato di riconoscimento al solo film degno di questo nome della debole rappresentanza francese. Oltralpe il cinema è solo quantitativamente superiore al nostro.
L’area dei riconoscimenti all’insolito s'è concentrata nel Leone d'argento per la regia a Soldato di carta di Aleksey German jr, lento come un film russo (lo è), disfattista come un film italiano. Ha il pregio di rappresentare un’immensa impresa come la corsa allo spazio dell'Urss di Krusciov: in Italia troverà distribuzione?
Premio speciale della giuria a Teza di Hailé Gerima, storia dell'Etiopia durante e dopo Menghistu. È questo il film che meritava di più e che, in proporzione, ha preso di meno. Ma rinnova l’attenzione sul cinema africano, che ha la vitalità e l'originalità mancante per esempio al cinema nero americano, se è vero, come è vero, che Miracolo a Sant'Anna di Spike Lee è parso così brutto da non trovar spazio nemmeno in questo scalcinato concorso.
Chi ha imprudentemente rinnovato il mandato al direttore di questa Mostra, farà bene a ripensarci.