Da Verdi ad Haendel: grande musica classica per il Natale milanese

Domani alla Scala un "tutto Verdi" per Daniele Gatti, mentre in
Auditorium Ruben Jais propone il Messiah di Haendel. E la Milano della
musica colta si mette in discussione

Guarda guarda: per una volta, Milano è come l’Europa. Almeno quella d’Oltralpe e d’Oltremanica. E chissà che non abbia voglia di continuare su questa strada. Non è polemica, ma consapevole constatazione, a ridosso del Natale. Proprio in vista della festa più attesa, infatti, il cartellone meneghino della musica classica propone una scelta contemporanea tra due eventi di grande spessore. Così, domani alla Scala (ore 20) e in Auditorium (ore 20.30), vanno in scena due concerti natalizi da leccarsi i baffi. Non soltanto per i programmi che tra pochissimo andremo a vedere. Quanto piuttosto per la differenza abissale che li contraddistingue, così da mandare finalmente (e speriamo definitivamente) alle ortiche la paura della concorrenza reciproca tra enti diversi. E allora, spazio alla musica suonata. E orchestrata - guarda caso - da due cunductor milanesi doc di eccellente vaglia, ancora nella fascia anagrafica dei «quaranta»: Daniele Gatti (alla Scala), classe 1961, e Ruben Jais (Auditorium Cariplo), classe 1964.
Cominciamo dal Piermarini (info: 02.72003744, www.teatroallascala.org), con il teatro per eccellenza in grande spolvero per ospitare orchestra e coro di casa, quest’ultimo diretto da Bruno Casoni. Quello che sorprende, in un certo senso, è proprio il programma, con un «tutto Verdi» che di natalizio (e di sacro) ha praticamente nulla, ma che esercita sul pubblico più trasversale un fascino con pochi eguali. Una scelta assolutamente condivisa e sottoscritta da Gatti, che al riguardo dichiara: «Penso che il Natale, al di là dei contenuti religiosi, comunque intimi e privati, sia soprattutto una festa di famiglia. In questo caso della “Famiglia Scala“, con orchestra e coro uniti che offrono l’autore più presente nel loro dna musicale e più amato dai milanesi». Dunque Verdi sia, con una serie di classici che spaziano dalla Sinfonia di Luisa Miller ai Ballabili da Macbeth, dai Lombardi alla prima crociata a Don Carlo, dalle Danze di Otello ad Aida, per rimbalzare sulle sinfonie del Nabucco e dei Vespri siciliani. Insomma, per farla breve, divertimento puro.
Discorso diametralmente opposto, ma altrettanto cristallino e di grana fina, in Auditorium, cioè in casa dell’Orchestra Verdi (info: 02.83389401/2/3, www.laverdi.org). Sarà l’ensemble barocca, condotta appunto da Ruben Jais che l’ha creata, ad accompagnarci verso la Notte Santa. E lo fa, lui si, nel segno di una tradizione tanto puntuale quanto naturalmente e istintivamente contraria a facili ovvietà. Portando in scena nella sala di largo Mahler il Messiah, oratorio in tre parti per soli, coro e orchestra di Haendel, insieme con la vocale barocca, altro ottimo prodotto della «Scuderia Verdi», diretta da Gianluca Capuano, e dai solisti Sonya Yoncheva (soprano), Sonia Prina (contralto), Christian Senn (baritono), Cyril Auvity (tenore). E, anche in Auditorium, nulla succede per caso. Lo conferma un appassionato Ruben Jais: «Il Messiah haendeliano, è sempre stato visto come opera “natalizia“ in senso banale, scontato. Niente di più sbagliato. E’ un’opera tanto impegnativa quanto completa, che tratta tutti i temi della figura di Cristo: dalla Natività alla Morte, dalla Resurrezione all’Apocalisse. Con una intensità emotiva e una dedizione al testo biblico da lasciare senza fiato. Del resto, non è un caso che il Messiah rappresentò per il genio musicale Haendel l’opera della svolta. Lo scrisse nel 1741 in soli 22 giorni, come testimoniato dall’autore stesso, sull’orlo del fallimento dopo che il suo progetto di implementare la scuola italiana in Inghilterra trovava troppi ostacoli. Così decide di cambiare genere. E fa un capolavoro, in cui sa mantenere levità e leggerezza nella profondità del dramma, scrivendo per un pubblico che vice il rapporto con Dio - attraverso la Bibbia - in modo diretto e personale, come vuole la tradizione protestante». Scala e Auditorium: peccato non essere ubiqui.