Verdicchio, il «restyling» dell’anforetta

Fazi Battaglia ha da sempre legato il suo nome alla rivalutazione del bianco più classico delle Marche, il Verdicchio dei Castelli di Jesi. Un vino che deve all’azienda di Cupramontana la sua popolarità sul mercato internazionale, grazie all’intuizione di inventare una bottiglia (la caratteristica «anforetta» color smeraldo) che è diventata sinonimo di Verdicchio. Fu l’architetto Antonio Maiocchi nel 1953 a progettare l’anforetta, esempio ante-litteram di design enologico. E fu il pittore Bruno da Osimo e realizzare l’etichetta e il classico cartiglio arrotolato come una piccola pergamena e legato da uno spago al collo della bottiglia.
Oggi quella bottiglia - prodotta in circa 3 milioni di bottiglie l’anno - resta un classico. E come tutti i classici, risentendo un po’ del passare del tempo, ha subito un piccolo restyling. La nuova bottiglia del «Titulus» (questo il nome del Verdicchio in anforetta) conserva la tradizionale forma ma con una linea più filante ed elegante e con un bella capsula rossa.
Ma sarebbe fare un torto alla Fazi Battaglia (e al Verdicchio tutto) fermarci al «Titulus». Nei 300 ettari dell’azienda guidata oggi da Maria Teresa Sparaco, terza generazione, e che si avvale della consulenza enologica di Franco Bernabei, si fa anche del vino di grande qualità. E del grande Verdicchio. Provare per credere il suadente Classico Superiore San Sisto, fermentato e poi maturato in barrique di secondo e terzo passaggio. E forse ancora di più il più tradizionale Classico Superiore Massaccio, grandissimo bianco a soli 10 euro circa. E ancora il Le Moie, leggermente aromatico. In più la versione «botritizzata», il Muffo di San Sisto Arkezia, in cui domina l’aroma di albicocca matura. Ma le Marche sono anche terra di rossi: segnaliamo il Rosso Conero doc Riserva Passo del Lupo, da uve Montepulciano e Sangiovese affinate due anni in barrique. E il piacevole Sangiovese Igt Rutilus.