Verdini: "Chiuderò Forza Italia col sorriso"

Il neocoordinatore azzurro, lavorerà per la definitiva confluenza nel Pdl: "Ce l'hanno chiesto gli elettori". Poi sulla campagna elettorale: "Fare le liste non è stato facile. Mi è dispiaciuto lasciar fuori un amico come Jannuzzi"

«Quando arriverà il momento di chiudere definitivamente i battenti di Forza Italia, lo farò senza guardarmi indietro...». Denis Verdini, classe 1951, uomo macchina di via dell’Umiltà ormai da anni, è una sorta di eminenza grigia che entra in azione ogni qual volta c’è da fare un lavoro che richieda dedizione, metodo e fatica. Al suo posto - coordinatore del partito da meno di una settimana - in molti guarderebbero preoccupati a una poltrona che presto andrà in cantina piuttosto che concentrarsi sull’occasione appena conquistata. E invece Verdini è già pronto alla sfida. Così, quando gli si chiede cosa si provi ad esser destinati a firmare di proprio pugno la fine di Forza Italia quando un congresso ne sancirà il definitivo scioglimento nel Pdl, lui risponde candido: «Se la si vede come un’epopea di trasformazione del nostro sistema politico verso il bipartitismo, non si può che essere felici».

Onorevole Verdini, partiamo dall’inizio. Alla politica attiva è approdato quasi quarantenne. Dopo essere diventato commercialista di grido, imprenditore ed editore (del Giornale della Toscana, del Foglio per il 15% e di alcune radio locali). Oggi è anche docente di Storia delle dottrine economiche alla Luiss e presidente di una banca (il Credito cooperativo fiorentino). Non si è fatto mancare nulla.
«Ho sempre lavorato con grande dedizione. Con sullo sfondo una passione per la politica che mi hanno trasmesso Spadolini e Sartori che avevo come professori all’università Alfieri di Firenze».

Il primo lavoro?
«A 17 anni, quando mio padre mi mise alla porta».

In che senso?
«Erano gli anni del ’68 e come tutti seguivo l’onda. Mio padre, però, non gradiva. Aveva fatto la guerra negli Alpini in Unione Sovietica ed era tornato dalla Siberia nel ’47, dopo sei anni di prigionia. Era liberale di impostazione ma soprattutto fervente anticomunista. Che non fosse contento di avere un figlio capellone me lo disse tre volte, poi trovai le valigie pronte. Mentre scendevo le scale ancora frastornato incontrai un conoscente che stava per lanciarsi nel commercio internazionale di carni...».

E così è iniziata...
«Lavoravo girando l’Europa e allo stesso tempo studiavo. È stata un’esperienza che mi ha temprato e mi ha dato lo stimolo per guardare sempre avanti. A 24 anni ero laureato con alle spalle sei mesi passati in Inghilterra a fare la tesi e 15 mesi di servizio militare».

La politica è arrivata nel 1992.
«Mi candidai con i repubblicani, ma da tempo mi ero avvicinato a Spadolini collaborando nella sua fondazione».

Poi Forza Italia.
«Nel 1994, tramite l’allora coordinatore della Toscana Roberto Tortoli e il direttore della Nazione Umberto Cecchi».

Così si arriva alla stagione in cui diventa l’«uomo macchina» del partito. Si dice che quando Berlusconi ha un lavoro impossibile si rivolge a lei.
«Io mi impegno sempre al massimo, senza tirarmi indietro. Ma se oggi eredito un movimento che non è affatto il partito di plastica della metà degli anni Novanta il merito è soprattutto del lavoro fatto da Sandro Bondi e Fabrizio Cicchitto».

È stato anche il responsabile delle liste elettorali. Come si decide del destino di colleghi e amici?
«Con grande senso di responsabilità. E con l’obiettivo di difendere Forza Italia come gli altri seduti al tavolo difendevano i loro partiti. Fa parte del gioco».

Con An, però, ha strappato un ottimo accordo sulle quote nelle liste del Pdl...
«Diciamo che Berlusconi era soddisfatto».

E gli scontri notturni con Guido Crosetto, un altro fumatore incallito come lei?
«Qualche sigaretta l’abbiamo fumata, è vero. Ma è stato tutto molto romanzato. Certo, contrasti ce ne sono stati ma non potrebbe essere diversamente. Quando qualcuno rimane fuori è un dramma. Pensi, ho dovuto escludere un amico come Lino Jannuzzi... Non sa quanto mi è pesato».

A conti fatti c’è qualche scelta di cui si è pentito?
«Non sono il tipo delle scelte del poi. Non servono a nulla».

Come giudica l’altolà della Libia su Calderoli?
«Mi sembra non si possa accettare. È un’interferenza non contemplata».

Cosa si aspetta da questo nuovo incarico?
«Ci prepariamo a strutturare un partito che ha il 40% dei consensi. Sarà una grande avventura».

La spaventa essere l’uomo che chiuderà i battenti di Forza Italia?
«Saper cogliere l’evoluzione della società è un segno di forza. Gli elettori ci hanno detto chiaramente che sono per le scelte semplici. Anche grazie al comportamento di Veltroni si va verso il bipartitismo e questo sentimento non possiamo non intercettarlo. Da una parte è doloroso, ma apre possibilità enormi per tutti».

Tempi?
«Credo che prima i singoli partiti dovranno fare dei congressi di scioglimento, poi si potrà indire un congresso comune».

Quando?
«Se c’è la buona volontà entro la primavera del 2009. D’altra parte, ormai la strada è tracciata».

Nessun timore di essere escluso e restare senza «poltrona»?
«Vieni escluso solo se guardi al tuo piccolo orticello».

Fino a ieri è stato dietro le quinte. Ci sono giornalisti che giurano di averla chiamata decine di volte in un giorno senza che lei rispondesse. Ora il suo ruolo è diverso...
«Una sfida che mi appassiona. Mi metterò alla prova, ma sono ottimista».

Lei e Bondi siete molto legati. Ma ancora non le ha dedicato una delle sue poesie...
«Lui ha uno stile ermetico, dovesse dedicarmi una poesia sarebbe troppo lunga. E comunque c’è ancora tempo».