Verdini disegna il futuro del Pdl: «Al governo 10 anni e il Quirinale»

Alla scuola di formazione di Forza Italia a Gubbio il coordinatore rilancia un uomo del centrodestra come prossimo capo dello Stato e apre agli ex alleati Udc

nostro inviato a Gubbio

Il governo è «solido», dopo i primi cento giorni vola nei sondaggi di gradimento, ma ora c’è un partito da costruire: un simbolo solo, un patito «aperto», che guardi anche ai centristi dell’Udc e alla Destra. Un soggetto politico che abbia come riferimento il partito popolare europeo e una «rotta», come la chiama Sandro Bondi. Direzione culturale ma anche di obbiettivi: governare non per cinque ma per dieci anni e portare un uomo del centrodestra, magari lo stesso Silvio Berlusconi, alla presidenza della Repubblica.
Le prove tecniche di creazione del Pdl vanno in scena in questi giorni a Gubbio, che da sei anni ospita la scuola di formazione di Forza Italia. Bondi ha passato il timone di coordinatore a Denis Verdini, ed è stato proprio l’uomo «calcolatrice» come lui stesso ammette di essere chiamato, l’organizzatore che conta voti e gazebo, a rivelare la prospettiva di lunga durata della nuova creatura politica: governo non per cinque ma almeno «per dieci anni» e il Quirinale, perché «il centrodestra avrà diritto un giorno o l’altro di eleggere un presidente della Repubblica espressione della volontà degli italiani...».
È stata notata a Gubbio l’assenza di Ignazio La Russa, ministro della Difesa e reggente di An, ma assicurano tutti che sia stata motivata da impegni non rinviabili proprio accanto a Berlusconi. Ieri si è iniziato così a discutere di Pdl senza il secondo attore del nuovo partito. Tutto quello che viene detto qui dovrà essere confrontato con via della Scrofa (a partire da oggi con Maurizio Gasparri). Come la convinzione di uno dei fondatori di Fi e ministro delle Attività produttive, Claudio Scajola, che «la collocazione del Pdl è al centro, non siamo e non saremo mai la grande destra». Il Pdl sarà «partito della gente». Come replicherà An?
Ma i messaggi dei vertici di Fi sono stati di disponibilità totale al dialogo. Verdini rassicura base e dirigenza: lo statuto azzurro è «eccellente» («possiamo rivederlo ma non c’è niente di meglio»), rimarrà il riconoscimento «di un leader carismatico», Fi non è partito di plastica, ha una struttura che «nemmeno il Pd...». Ma «Fi deve essere generosa», non è il momento di fare «gli arroganti», unirsi significa riconoscere anche i «meriti altrui», non abbandonarsi a «nostalgie del passato». A proposito di passato, non è mancata la stoccata ad An dopo le recenti dichiarazioni di La Russa sui soldati di Salò e di Alemanno sul fascismo: «Sta nei fatti chi ha liberato questo Paese nel '43...».
Non è però il momento delle nostalgie, si guarda avanti: già «alle amministrative di primavera si deve correre con il simbolo vincente del Pdl. Squadra che vince non si cambia». E poi occorre aprirsi a chi «è sempre stato con noi, dall’Udc alla destra». Per la struttura bisognerà scegliere invece «i migliori». Rimarranno i coordinatori regionali scelti dal presidente, ma le minoranze, e dunque An, «saranno più garantite». Via i particolarismi però, e le riforme devono essere «responsabilità comune della maggioranza» secondo Scajola: il federalismo «non appartiene alla Lega», la giustizia «non è un capriccio di Forza Italia». «Il Pdl e l’Italia che cambia» è il titolo del convegno di Gubbio. Bisognerà ora vedere chi vuole cambiare davvero.