Da Verdini al premier, in otto mesi ha insultato tutti

In otto mesi Bocchino ha lanciato insulti e bordate a tutti. Contro il Cavaliere: "Bondi ci dica se deve dimettersi prima un plurimputato come Berlusconi o Fini"

Roma - Italo Bocchino, sedicente vittima di stalking da parte del Giornale, lamenta d’essere al centro di attacchi mirati. Curiosa argomentazione, se arriva da uno che «colomba» non lo è mai stato. E che, da mesi, si distingue per la continuità delle offensive contro Berlusconi, Pdl, ed esecutivo. Dalla primavera scorsa a oggi l’escalation delle dichiarazioni del finiano di ferro è evidente, solare. Otto mesi fa, per esempio, Bocchino è ospite di Otto e mezzo, su La7, e spiega come grazie all’«ingresso in campo» di Fini nel Pdl «non c’è più il partito del berlusconismo». Non è un schioppettata isolata, anzi. All’inizio di maggio, quando il Giornale racconta del contratto con la Rai di sua moglie, Bocchino replica tirando in ballo il premier: «I contratti più importanti della Rai vanno a Silvio Berlusconi e ai suoi figli, proprietari della Endemol». Dimentica di dire che Mediaset ha solo il 33% di Endemol, ma intanto l’uscita comincia ad attirare le simpatie della sinistra. E Italo continua.
Ancora a maggio, il 10, ospite di Maurizio Crozza che scherza sulla sede del Pdl in via dell’Umiltà, sorpassa a sinistra persino il comico, e racconta che «molti colleghi quando si avviano verso la sede del partito dicono “vado in via dell’Umiliazione”. Tra una sparata e l’altra, Bocchino ha il tempo di guardare anche al suo territorio d’origine. E a chi il 18 maggio gli chiede un commento sulla nuova giunta di Stefano Caldoro, replica così: «È assai deludente, e non all’altezza delle qualità di Caldoro. Ci sono assessori validi e capaci, ma anche 4-5 brocchi». Nel frattempo anche il garantismo dell’ex vicecapogruppo del Pdl perde colpi. Così eccolo, a luglio, definire Nicola Cosentino e Denis Verdini «coordinatori balneari», ossia destinati a fare le valigie a settembre, a causa di indiscrezioni di indagini giudiziarie. I toni sono ancora più esacerbati in agosto, quando scoppia l’affaire immobiliare monegasco, e la procura di Roma apre un’inchiesta. Bondi chiede le dimissioni di Fini, e Bocchino l’11 ringhia: «Ci dica se nella scala dei suoi valori deve dimettersi prima un plurimputato come Berlusconi o Fini, a cui la magistratura non ha niente da chiedere neanche come persona informata sui fatti». Per quella storia Fini è indagato per truffa aggravata.
Il deputato campano replica il 28 settembre alle telecamere di Ballarò, assicurando il sì del Fli all’esecutivo ma ricordando che «la società Kpmg ha individuato su incarico della procura milanese 64 società offshore di Berlusconi». Il 18 ottobre, tocca a Minzolini finire nel mirino di Bocchino: «Se sono stati dati 10 giorni a Santoro, bisognerebbe darne 30 per il Tg più seguito a livello nazionale, che mette Fli nei pastoni dell’opposizione e ignora Fini». Gli attacchi diventano brutali nei giorni della sfiducia: quando Bocchino prende la parola in aula, il 14 dicembre, per annunciare il voto contro del Fli, dichiara che «non esiste in Italia un beneficiario della Prima Repubblica come Berlusconi». E due giorni prima di Natale, finisce azzannato da Bocchino pure Schifani, nelle polemiche sulla terzietà di Fini: «Per Berlusconi - sibila il finiano - non essere super partes significa piegarsi, come accade al presidente del Senato».