Verdone: "Da Furio a famolo strano la seconda vita dei miei eroi"

L’attore ha appena finito di girare "Grande, grosso e Verdone" che uscirà a marzo: è il mio film più difficile

Sorrento - Avrebbe voluto lasciarli andare al loro destino. Dimenticarli per sempre nell’archivio del suo cuore, tutt’al più raccontarli di tanto in tanto, con un certo distacco, come lontani parenti. E invece ha dovuto rimettersi sulle loro tracce e chiedersi che fine mai avessero fatto. Chi? Leo l’ingenuo tenerone, Furio il pignolo logorroico, Ivan il coatto del «famolo strano». «Tutta colpa dei miei fans», quasi si giustifica Carlo Verdone, presentando alle Giornate professionali di cinema di Sorrento qualche spezzone strepitoso del suo Grande, grosso e... Verdone, finito di girare sei giorni fa e che uscirà il 7 marzo col marchio Filmauro. «Mi hanno scritto in migliaia sul mio sito: rivogliamo i tuoi personaggi, siamo cresciuti con loro, fanno parte di noi, facceli rivedere almeno una volta. Io non volevo, pensavo che non si possono rifare cose che appartengono al passato e riproporre personaggi, nati a teatro proprio trent’anni fa, entrati nell’immaginario collettivo, poi però non ho saputo resistere alla sfida».

Carlo Verdone ha cominciato a porsi domande: ma come saranno diventati dai tempi di Un sacco bello, di Bianco, rosso e ...Verdone e di Viaggi di nozze? Avranno una famiglia, moglie e figli, con gli anni saranno cambiati, come tutti gli amici o i nemici persi di vista: «Il loro Dna è sempre quello ma si sono evoluti, trasformati, per questo a Furio, Ivan e Jessica ho sostituito persino il nome, pur restando personaggi in cui molti di noi finiranno per trovare delle somiglianze», racconta Carlo Verdone. Tre gli episodi, il primo con atmosfere favolistiche, il secondo più cupo, quasi ottocentesco, il terzo più scoppiettante: «Il candido Leo si è sposato, sta per partire con la moglie per una riunione di scout, sono già vestiti da lupetti quando gli muore la mamma», racconta con aria di circostanza. «Da quel momento si trovano alle prese con i titolari di un’impresa di onoranze funebri senza scrupoli, due avvoltoi come spesso si legge nelle cronache, tanto che questo episodio è la storia di una bara che non trova pace». Nel secondo Furio, qui ribattezzato professor Cagnato, ma sempre pignolo allo sfinimento, è un essere abbietto, un dottor Jekyll e mister Hyde, un finto moralista, pronto a sindacare persino il prezzo con le prostitute che frequenta mascherandosi, raffrontando in percentuale il costo delle prestazioni sessuali con le «colleghe» degli altri quartieri, e che distrugge psicologicamente il suo figliolo adolescente. E poi ci sono Ivan e Jessica che questa volta si chiamano Moreno e Enza, ma sono sempre Carlo Verdone e Claudia Gerini: «Due esseri ignobili, cafoni e arricchiti facilmente, proprietari di una catena di negozi di telefoni, con un figlio che va da uno psicanalista più coatto di loro: è proprio il medico a consigliare una vacanza in un famoso albergo a cinque stelle di Taormina perché la famiglia torni a comunicare, ma il terzetto è davvero impresentabile, da vergognarsi a incontrare», racconta con aria inorridita Verdone.

Maschere che sono ritratti feroci dei vizi contemporanei italiani: «È stato forse il film più difficile da girare della mia carriera», dice Carlo Verdone. «In poche ore cambiavo fisionomia e personalità e a un certo punto non capivo più chi fossi, mi ritrovavo a parlare con la voce del professor Cagnato o a stupirmi con l’ingenuità di Leo. E chissà per quanto adesso, anche a riprese ultimate, mi porterò appresso tutti i tic dei miei incredibili personaggi».