Verdone: i caratteristi, vittime della tv

«Ormai a utilizzare gli attori dialettali siamo rimasti soltanto Pieraccioni e io»

Cinzia Romani

da Roma

Il grande cinema italiano non l’hanno fatto i protagonisti, ma i non protagonisti. Dove sono, oggi, i siculi fatti e finiti alla Tiberio Murgia (che poi era sardo); i commendatori saccenti alla Gianni Agus (magnifica spalla di Paolo Villaggio, all’epoca di Fracchia), per tacere di Mario Carotenuto; le donnone e le donnine moleste come Ave Ninchi e Tina Pica, in grado di vivacizzare qualunque tempo morto? Per sopperire all’assenza di quei militi ignoti, Carlo Verdone quest’anno dedica il suo Festival cinematografico «Terra di Siena» che si apre domani ai non protagonisti, che hanno fatto grande la commedia italiana tra il 1945 e il 1965. Poiché a Roma (a Villa Pamphili) si è appena inaugurata un’interessante mostra sugli attori degli anni Sessanta, chiediamo a Verdone, che sta girando Il mio miglior nemico, di definire il ruolo dell’attore. «Più che di gente bella, c’è bisogno di gente brava!», sospira.
Mentre veline e sportivi si son messi a recitare, latitano gli attori veri. Da che dipende la mancanza di autentico mestiere?
«Oggi c’è troppa improvvisazione. Invece, serve la scuola. Serve la disciplina. Non parli bene, se non hai letto un po’ di libri. Non reciti, se non sai osservare la gente intorno a te».
Finalmente qualcuno lo dice!
«Parlo con cognizione di causa. Ora sto girando un film complicato, con una sceneggiatura riscritta sette volte, per via delle vicende internazionali. Ho dovuto cambiare il primo e il secondo tempo. Ma lo stress maggiore è che, per pronunciare una battutina, certi ci stanno tre ore. È un macello!».
E invece, la sua protagonista?
«Viene dal Centro sperimentale e confermo: è molto preparata. Ai provini si sono presentate ragazze più avvenenti, ma non avevano la sua preparazione».
Da regista e da interprete, a sua volta, quand’è che pensa: questo attore ha talento?
«Quando controlla la qualità e il timbro della voce. Quando ha una faccia che non somiglia a nessun’altra. Bisogna tornare a essere selettivi. Quante Cardinale, quante Loren, quante Sandrelli ci sono state, in passato? E quante Buy, quante Gerini trovi, adesso?»
Non molte, per la verità...
«Appunto. Rimbocchiamoci le maniche, se vogliamo fare le cose ad alto livello. Altrimenti creiamo un esercito di illusi. Gente che campa pe’ venti numeri di Novella 3000».
La tv con i suoi reality e con le fiction ha contribuito a degradare il mestiere dell’attore?
«Certo. Però dalle fila dei nuovi comici, alla Zelig, vengano dei caratteristi eccellenti. Io stesso provengo da lì. Ma a partire dagli anni ’80 il cinema dei caratteristi ha avuto uno stop. Sono andati in branco a fare i reality, invece qua bisogna tornare a fare il film corale».
Che cosa intende per film corale?
«Un film dove non si zoomi soltanto sui protagonisti. Un tempo si diceva: vado a vedere un film di Troisi, mi sparo un film di Benigni, non si citava manco il titolo. Ma sento la necessità di rivalutare il film di carattere. Dove non c’è un paio d’occhiali sbagliati. Anche se non esiste più il rione, dove per strada si parlava romanesco, o napoletano, occorre puntare su quell’autobus di personaggi, di cui mi parlava Sergio Leone».
Mancano i caratteristi perché si è persa l’identità locale?
«Ora si parla di rioni solo perché qualche teppista incendia i motorini nel Municipio I o II. Per colpa della reciproca diffidenza, nelle nostre città si è disgregato il quartiere, dove manca la faccia, il tic, un rumore. A maggior ragione mancano gli attori dialettali. A usarli, siamo rimasti Pieraccioni e io. Ma dico ai giovani attori: il caratterista studi sempre da caratterista e sfonderà».