«È una vergogna, ora D’Elia deve dimettersi»

Il sindacato di polizia della Cgil: «Lasci, la famiglia Dionisi apprezzerà»

Stefano Zurlo

da Milano

C’è chi lo difende e chi si mette il lutto al braccio per protestare contro il suo ingresso in Parlamento. Il caso D’Elia divide il Paese e fa riaffiorare la ferita che taglia l’Italia da nord a sud. Lui, intanto, annuncia querela contro il Giornale per l’intervista pubblicata ieri al pentito di Prima Linea Roberto Sandalo. Sandalo sostiene che Sergio D’Elia «farebbe bene a raccontare tutta la storia degli anni di piombo e ad assumersi tutte le proprie responsabilità». Aggiunge poi, al conteggio delle azioni attribuite a Prima Linea, un episodio inedito: una rapina finita nel sangue, in Toscana, con la morte di una guardia giurata, fra il 1978 e il 1979. D’Elia, a quell’epoca leader di Prima Linea in Toscana e oggi deputato della Rosa nel Pugno e segretario della Presidenza della Camera, contrattacca e, attraverso l’ufficio stampa dei radicali, fa sapere che il suo avvocato «ha avuto mandato per procedere per calunnia e diffamazione contro Sandalo e il Giornale». E contro Roberto Sandalo punta il dito Sergio Segio che di Prima Linea fu uno dei comandanti: «Credo che le sue dichiarazioni siano false. Se quello che ha raccontato Sandalo fosse vero la Procura di Torino dovrebbe intervenire per revocargli i benefici che ha ottenuto con le sue confessioni solo parziali».
A tutela del ruolo istituzionale di D’Elia si schiera autorevolmente il Presidente della Camera Fausto Bertinotti: «Mi pare che, dal punto di vista istituzionale, non ci siano possibili obiezioni a chi, essendo stato eletto parlamentare, può ovviamente essere eletto in cariche di governo». Come appunto è capitato a D’Elia con l’ascesa all’ufficio di Presidenza della Camera.
Più duro il verde Paolo Cento, oggi sottosegretario all’Economia: «Esprimo solidarietà a Sergio D’Elia: la vergognosa speculazione scatenata contro la sua persona non ha niente a che vedere con una riflessione critica sugli anni Settanta, sull’uso della violenza e su quanti hanno pagato le loro colpe». E Giuliano Pisapia, penalista di grido ed esponente di Rifondazione, dice «no alle polemiche strumentali, sì a far cercare di comprendere ai familiari delle vittime e ai parlamentari in buona fede che chi ha scontato la sua pena, ha lottato contro la pena di morte e si è sempre battuto in questi anni per i soggetti più deboli, deve avere gli stessi diritti degli altri». Il riferimento è alla battaglia contro la pena capitale combattuta da D’Elia con l’associazione Nessuno tocchi Caino.
Non tutti, però, condividono questi ragionamenti. E anzi li rovesciano sottolineando il disagio per la nomina di D’Elia a un incarico istituzionale. «Faccia un gesto di autocensura - dice Renato Scalia, segretario del sindacato di polizia della Cgil (Silp)- si dimetta dalla carica di segretario della Presidenza della Camera e da deputato. I familiari di Dionisi apprezzeranno». Fausto Dionisi morì il 20 gennaio 78 nel corso di un assalto terroristico al carcere fiorentino delle Murate: per quell’episodio D’Elia, condannato per omicidio pur non avendo partecipato direttamente all’azione, ha scontato 12 anni di carcere, prima di cominciare una nuova vita nel segno della non violenza.
E il deputato forzista Francesco Giro annuncia: «Quando il collega D’Elia prenderà la parola da segretario di Presidenza, io uscirò dall’aula». Col pensiero rivolto alla vedova di Dionisi, Mariella, «annichilita e umiliata» per quel che è successo.
Ecco infine dal Veneto «l’urlo di sdegno» di Barbara Gori, figlia dell’ingegnere della Montedison Sergio, ucciso dalle Br a Mestre il 29 gennaio 1980. In una lettera inviata al Sindacato autonomo di polizia, la donna se la prende con lo Stato «che difende e incoraggia terroristi assassini che si vedono premiati per atti di pura barbarie, seminando terrore, dolore e incertezze in nome di un’ideologia. Non posso più tacere - è la drammatica conclusione - la mia rabbia nascosta per anni».