Verhoeven revisionista: «C’era gentaglia anche tra i partigiani»

Maurizio Cabona

da Venezia

A dire infine la verità - almeno al cinema - su guerra e dopoguerra olandese è il regista di Robocop e Basic Instinct. Infatti Paul Verhoeven (pronuncia: Ferùfen), prima d'andare a Hollywood e lanciare Sharon Stone, in Olanda aveva fatto bei documentari tv e bei film a sfondo storico-contemporaneo (o quasi) come Ritratto di Mussert (1967), capo del governo durante l'occupazione tedesca, e come Soldato d'Orange (1977) con Rutger Hauer. Opere insolite nel panorama retorico d'allora, secondo uno stile rimasto tale anche dopo (si pensi all'Amore e il sangue o anche Starship Troopers). In tutti questi film i buoni e i cattivi sono tali, come nella realtà, in base alle circostanze, più che all'indole. Ora Black Book («Libro nero») - coproduzione olandese-tedesco-inglese-belga in concorso ieri alla Mostra e che l'Olanda candida all'Oscar - sviluppa quegli accenni in un film sugli ultimi giorni d'occupazione tedesca (fine settembre 1944-inizio maggio 1945) e sui primi (maggio-giugno 1945) d'occupazione anglo-canadese, con gli orrori della collaborazione che cedono agli orrori dell'epurazione.
Signor Verhoeven, il libro nero che dà il titolo al film...
«...Era l'agenda di un'avvocatessa, mediatrice fra tedeschi e resistenti per evitare rappresaglie tedesche per i soldati uccisi».
Ebbe una medaglia, dopo?
«No, a guerra finita fu uccisa da ignoti, perché conosceva ogni intrigo. La sua agenda coi nomi dei traditori non s'è trovata».
Il film viene presentato come «ispirato a eventi realmente accaduti». Ovvero?
«Personaggi e situazioni vengono dal saggio di Chris van der Heyden Grijs Verleden («Passato grigio»), che innova la chiave di lettura di quei fatti».
Infrange la vulgata antifascista, per dirla con De Felice?
«Nelle interpretazioni tradizionali, i partigiani sono buoni e i nazisti cattivi, mentre per Van der Heyden eroismo e crudeltà sono spesso facce della stessa medaglia».
Lei mostra tedeschi torturare partigiani e partigiani torturare collaborazionisti. Dopo Lacombe Lucien di Malle (1974), è il primo a farlo.
«Sì. E in Olanda nessuno l'aveva mai fatto... Anche nella Resistenza c'era gentaglia. A vedere le loro immagini mentre catturano i nazisti olandesi, viene da pensare: non vorrei finire in certe mani».
Motivo conduttore del film è l'amore fra una giovane ebrea e l'ufficiale del servizio segreto delle Ss, ma senza la psicoanalisi del Portiere di notte della Cavani.
«Rachel (Carice van Houten) è una miscela di due partigiane e un'artista, Dora Paulsen; il capitano Müntze (Sebastian Koch) si chiamava in realtà Munthe. E la mia visione degli eventi rimanda più a Hobbes («Homo homini lupus») che a Freud».
Il capitano tedesco fu davvero fucilato dai suoi a guerra finita?
«Non lui, ma altri tedeschi sì. Condannati a morte dai loro tribunali militari prima della resa, vennero giustiziati perché - per l'accordo con inglesi e canadesi - le sentenze andavano applicate».
Per disciplina. Si volevano usare i prigionieri tedeschi contro i russi. Come, nel '43, gli italiani contro i tedeschi...
«Oggi però pare tremendo questo rigore dopo la resa. Ma è giudicare comportamenti del passato con occhi del presente».
Questi episodi si videro in tv in Teatro inchiesta e al cinema in Gott mit Uns di Montaldo. A proposito di già visto: come Portiere di notte e Sette anni in Tibet, Black Book mostra un Ss buono. Lei è revisionista?
«Sono un revisionista storico e cinematografico. E ce n'era bisogno. Non sono un revisionista politico».
Sottile distinguo. Veniamo alla questione ebraica.
«Il punto di partenza del Black Book è un gruppo di ebrei ucciso alla fine di settembre 1944, mentre tentava di passare le linee tedesche, e la ricerca di chi li aveva traditi e derubati».
Il film si apre in un kibbutz del 1956, dove lavora la protagonista sopravvissuta. Che ha dunque lasciato l'Olanda, andando incontro ad altre guerre.
«Ogni sopravvissuto - si dice - cela una colpa. E poi, con tutte le angherie subite - anche da partigiani che pensano più ai “buoni olandesi” che a lei - mi sembrava logico che emigrasse in Israele, lo Stato nato dalla Shoah».