Verifica di governo Mastella tira dritto e fa infuriare Prodi

L’Udeur insiste e fa pesare i numeri al Senato e il nodo della legge elettorale Il Professore: «Il tagliando dopo le elezioni non serve, il risultato non ci influenza»

da Roma

Enne-O, «No». Non esita nemmeno un attimo, Romano Prodi, quando gli chiedono se quel «tagliando» a governo e maggioranza sia necessario, come insiste Clemente Mastella. Non serve nessun tagliando, nessuna verifica: si va avanti e basta.
Il leader dell’Udeur non molla, annuncia che il suo partito tornerà a sollecitare ufficialmente la richiesta dopo le elezioni amministrative del 28 maggio, facendo pesare sul piatto della bilancia i suoi piccoli ma essenziali numeri al Senato. Non ha posto la questione nel Consiglio dei ministri di ieri, perché «non era la sede adatta», ma la necessità politica di ridiscutere la linea della maggioranza e del governo per lui rimane. Il premier però non ne vuol sapere di impelagarsi nelle sabbie mobili di una «verifica», e si capisce. Mette le mani avanti sul risultato della prossima tornata elettorale, caso mai qualche altro partito, in caso di risultati poco esaltanti, avesse intenzione di alzare il tiro sul Palazzo Chigi. «Le amministrative sono amministrative, e non avranno influenza sul governo». E cerca, con qualche equilibrismo, di vedere un bicchiere mezzo pieno anche in Sicilia: «Devo dire che facendo l’analisi dei precedenti non c’è uno scostamento negativo rispetto al 2001», che peraltro fu l’anno del totale «cappotto» della Cdl in Sicilia.
Non è un compleanno proprio entusiasmante, quello del governo Prodi, celebrato ieri con una conferenza stampa del premier affiancato dal sottosegretario Enrico Letta e dal ministro Giulio Santagata. Che, essendo addetto all’esoterico ministero per la «Attuazione del Programma», arriva provvisto di slide atte a dimostrarla, piene di caselle colorate e di freccette che si intersecano in ogni direzione. Dalla platea si leva un gemito: «No, le diapositive no», e persino a Prodi scappa un risolino. Superato il momento dell’«Albero del programma», il premier attacca deciso e lancia lo slogan: nel suo anno a Palazzo Chigi, «l’Italia è ripartita». Sa anche lui che, a giudicare dai sondaggi, gli italiani se ne sono accorti poco o niente, e dunque spiega il suo «metodo»: «Non ho minimamente tenuto conto della popolarità delle misure che prendevo. Mi sono messo in testa di risanare i conti e l’ho fatto nel totale disinteresse per me e anche, mi è stato rimproverato, per la maggioranza. Ma non ne sono preoccupato». Certo, ammette, la situazione parlamentare non è facile, visti i numeri al Senato: «Su 104 provvedimenti varati dal governo, solo dieci sono stati approvati, ed è un problema serissimo». Anche i rapporti con l’opposizione «non sono costruttivi come speravo», e Berlusconi continua ad attaccare il governo «con parole truculente». Ma Prodi spera che «quando si saranno fatti una ragione del fatto che questo governo dura», e lavora «per arrivare al 2011», i rapporti miglioreranno. Veramente, gli obiettano, anche i rapporti dentro la maggioranza non sono proprio idilliaci: nel giro della giornata tre ministri, Mastella, Ferrero e Mussi, hanno lanciato critiche pesanti. Succede «in tutti i governi del mondo», rassicura Prodi, «ma alla fine, dopo tante discussioni anche in Consiglio dei ministri, si arriva a decisioni unanimi». Anche se poi in Parlamento non sono destinate a passare, a quanto pare.
Sulla legge elettorale, riconosce, l’intesa è lontana: «Ci stiamo lavorando seriamente, ma le dichiarazioni di Mastella e di altri dimostrano che non è un terreno di accordo facile», tantomeno con il centrodestra. «Ma su questo non transigo - scandisce il premier - senza l’accordo con l’opposizione la riforma non si fa».