La verità in cambio di protezione

Esce dal carcere di massima sicurezza turco Alì Agca, l’uomo che ha tentato di assassinare il papa polacco nel maggio del 1981 e che è riuscito a mandare all’aria il processo fingendosi pazzo e lasciandosi condannare all’ergastolo, poi commutato in una grazia e nell’espatrio: sta per uscire di prigione e sa tutto. Lo invito a parlare e sono pronto a difendere la sua vita: verità in cambio di sicurezza, per quel che possiamo fare. Ma certamente Alì Agca non è pazzo e personalmente temo per la sua vita. Qualche tempo fa mi scrisse una lettera come presidente della Commissione Mitrokhin, perché io ho riaperto ufficialmente il caso del tentato omicidio di papa Wojtyla, dal momento che questo papa, prima di morire, ha finalmente ammesso di essere stato il bersaglio di Mosca. Mi chiese di aiutarlo ad uscire, in cambio mi avrebbe detto tutto, anche dove sta Emanuela Orlandi.
Alì Agca ha un enorme problema: dopo essere stato arrestato a piazza San Pietro con la pistola fumante parlò dopo poco tempo e disse tutto al magistrato Ilario Martella: l’arruolamento da parte di agenti sovietici, la copertura dei Lupi grigi di cui si serviva principalmente il Gru (servizio militare) sovietico, il ruolo del caposcalo delle linee aeree Balcaniche Antonov, che poi è stato assolto ma che io reputo colpevole perché una perizia condotta da un medico specialista ha senza ombra di dubbio riconosciuto in lui l’uomo alle spalle di Alì Agca mentre apriva il fuoco contro il papa insieme ad altri tiratori non identificati.
Ma Alì Agca «fece il pazzo» dopo aver ricevuto in carcere a Roma la visita di un sedicente «giudice» bulgaro, in realtà un alto ufficiale di Sofia e agente segreto, il quale gli disse che se non avesse mandato all’aria tutto quanto aveva detto si poteva considerare un uomo morto.
Questa minaccia fu sostenuta con il rapimento di due ragazzine in Vaticano, di cui la più famosa è Emanuela Orlandi, per la regia di alcuni prelati tedeschi agenti della Stasi. I rapimenti dovevano servire come merce di scambio con lo Stato italiano per mettere fuori Agca e liquidarlo.
In realtà sappiamo oggi che la storia dell’assassinio del papa progettato a Mosca, la sua esecuzione affidata ad Agca ed alcuni altri che avrebbero dovuto poi essere fatti espatriare in un furgone con targa diplomatica dall’ambasciata bulgara ai Parioli, è molto più complessa e la commissione Mitrokhin con una lunga serie di audizioni dei magistrati che hanno investigato, da Martella a Priore, da Marini a Imposimato, ha fatto gravi e importanti scoperte che fra poco saranno consegnate al Parlamento della Repubblica.
Non si capirebbe nulla di questa storia intrecciata e confusa se non esistesse un libro A Cardboard Castle? che raccoglie tutti i verbali delle riunioni dei ministri della Difesa dei Paesi del patto di Varsavia dalla fine della guerra alla fine del Patto di Varsavia. Questi verbali mostrano e dimostrano senza la più lontana possibilità di dubbio che fin dagli anni Cinquanta, ma in modo più organizzato e dispendioso dai primi anni Settanta con un picco che sta a cavallo fra rapimento, interrogatorio e soppressione di Aldo Moro e il tentativo di eliminare il papa, l’Unione Sovietica aggiornava continuamente piani dal costo economico suicida, per lanciare un attacco improvviso all’Europa occidentale con una rapidità tale, due settimane, da dissuadere gli Usa dall’ingaggiare un duello termonucleare per riconquistare un’Europa ormai persa.
Questi piani cominciarono a scricchiolare con l’arrivo di Ronald Reagan sulla scena internazionale e il suo scudo stellare, inaccessibile per costi e tecnologia all’Urss, oltre al fallimento nel controllo della Polonia e all’installazione degli Euromissili in risposta allo schieramento aggressivo degli SS20 sovietici.
Ma la chiave di questi piani d’invasione era la Polonia, destinata peraltro ad una massiccia distruzione atomica di rappresaglia perché l’attacco sovietico prevedeva l’uso di oltre mille bombe come quella di Hiroshima sulla sola Germania.
L’eliminazione del papa polacco e la sua sostituzione con un papa gradito al Cremlino come monsignor Agostino Casaroli molto, anzi troppo benvoluto ad Est, avrebbe sgomberato la Polonia dalle folle di Solidarnosc che avevano come leader Lech Walesa, che era il secondo obiettivo da affidare ad Alì Agca durante una visita a Roma del sindacalista, come gli fu spiegato ai primi di gennaio del 1981 all’hotel Archimede da tre agenti bulgari. Ma Agca rifiutò quel contratto che avrebbe previsto l’uso di una carica esplosiva che il turco considerava un’arma non adatta al suo talento.
Ma la notizia di un interesse militare, e non genericamente politico, o ideologico o religioso, nell’assassinare il Papa, poggia su opinioni convergenti. La prima che io abbia ascoltato è stata quella del procuratore francese Jean-Luis Bruguière, il quale un anno fa, durante la rogatoria della Commissione Mitrokhin a Parigi, mi disse in via confidenziale ma dicendosi sicuro delle sue fonti, che dietro l’attentato al Papa c’era il Gru sovietico, cioè oltre al Cremlino anche il ministero della Difesa. Il Kgb ebbe ordini di coordinamento generale e la Stasi tedesca quello di reclutare il personale e poi compiere una vasta opera di disinformazione e intossicazione della stampa occidentale, come poi avvenne, sia che l’attentato riuscisse, sia che fallisse.
C’è poi il problema Ames, in questa storia. Aldrich Ames era il capo della stazione della Cia a Roma negli anni Ottanta, ma purtroppo era anche il capo della stazione del Kgb sovietico, da cui era stato reclutato in Colombia. Oggi Ames sta scontando l’ergastolo nel carcere di Whitedear in Pennsylvania ed è un uomo chiave. Fu purtroppo proprio ad Ames che si rivolse nel 1984 un cospiratore bulgaro, chiamato con il nome di codice «GT/Motorboat», il quale durante una visita a Roma si precipitò all’ambasciata americana di via Veneto per dire alla Cia tutto quello che sapeva dell’attentato al Papa. Fu ricevuto da Ames (che vendeva gli agenti sovietici passati in Occidente per qualche migliaio di dollari a testa) al quale disse di sapere che il Gru sovietico ebbe l’ordine dal ministero della Difesa a Mosca, il quale a sua volta aveva avuto ordine direttamente da Leonid Breznev, di liquidare Wojtyla per sgombrare la Polonia a fini militari. Ciò spiega perché il direttore della Cia Bill Casey, morto nel 1987, sosteneva che i mandanti dell’omicidio erano Breznev e Zhivkov, il che spiega anche perché, paradossalmente, gli Stati Uniti decisero di minimizzare e gettare acqua sul fuoco fino a far passare per pazza e visionaria la giornalista americana Claire Sterling che aveva con molta energia lanciato la «pista bulgara» che era in realtà tutta sovietica.
La Casa Bianca considerò che il coinvolgimento diretto del segretario generale sovietico e del suo governo nell’assassinio del capo della chiesa cattolica mondiale era un affare di tale esplosiva potenza che avrebbe potuto portare a una guerra non desiderata, diventando la «nuova Sarajevo».
Il capostazione Cia a Roma Ames che era anche il capo del Kgb a Roma denunciò subito ai russi lo strano personaggio bulgaro che era venuto a raccontare come stavano le cose, ma i russi gli risposero che non potevano eliminarlo perché ritenevano ormai i servizi bulgari infiltrati dagli americani, motivo per cui se non è morto per cause naturali «GT/Motorboat» dovrebbe essere ancora vivo e potrebbe parlare.
Agca era una variabile di poco conto ma un grande rischio per i sovietici che facevano agire sull’attentatore detenuto gli agenti del corrispondente servizio militare bulgaro e cioè del Rumno. Furono loro a trasmettere ad Agca, durante una rogatoria a Roma, il messaggio forte e chiaro: se non ritratti tutto, ti facciamo uscire dal carcere italiano con una operazione di scambio (Emanuela Orlandi) e poi ti liquidiamo.
Fu così che di colpo Agca in aula avvertì giudici, giornalisti, avvocati e pubblico, di essere la reincarnazione di Gesù Cristo e prese a vaneggiare con molto scrupolo razionale. Così il processo si concluse con la sua condanna all’ergastolo, ma senza alcuna altra condanna e senza che i magistrati riuscissero ad identificare i mandanti, di cui però riconoscevano la presenza e la potenza militare e spionistica.
Si sa però che Agca, è stato proprio lui a raccontarlo prima di fingersi pazzo, fu addestrato in una serie di «facilities» nella disponibilità sovietica in Medio Oriente, in Yemen, nella stessa Bulgaria, ma che il suo agente istruttore era a Teheran, condividendo la stanza con un certo colonnello Sokolov che fino a pochi anni prima faceva finta di essere un diligente studente russo che non perdeva di vista il professor Aldo Moro fino alla mattina dell’attacco del commando di via Fani. Anche il caso Moro ha la sua spiegazione militare sovietica: dal covo di via Gradoli partivano la sera lunghe trasmissioni in alfabeto Morse, si preparavano documenti e identità false nel modo indicato dalle carte Mitrokhin, e durante il suo interrogatorio con sistema posta in entrata e in uscita, sparirono per poi riapparirvi dopo la morte di Moro, tutte le carte top secret della difesa «Stay behind» che noi chiamiamo erroneamente Gladio.
Quando Moro era in mano agli uomini che lo spremevano, l’agente Ames della Cia era già uomo sotto coltivazione sovietica, come lo erano moltissimi uomini dell’agenzia di Langley. Come mi disse un amico americano competente «a quei tempi abbiamo pestato una grossa merda, e nessuno ha voglia di tornarci sopra». Adesso Alì Agca torna libero e a questo punto sono io a lanciargli un messaggio che qualcuno si incaricherà, ne sono certo, di recapitargli: venga da me a dire la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità e gli prometto di fargli avere dagli organismi competenti italiani la protezione più alta. Risponderà all’appello il killer turco?
p.guzzanti@mclink.it