La verità scomoda sulla notte di Troilo

Il 27 novembre ’47 il prefetto di Milano fu rimosso dal ministro Scelba. Per protesta, i militanti del Pci guidati da Pajetta conquistarono la Prefettura

Il libro La guerra di Troilo (editore Rubbettino, sottotitolo: «Novembre 1947: l’occupazione della Prefettura di Milano, ultima trincea della Resistenza») narra d’un prefetto politico: non il Bruno Ferrante d’oggi, ma Ettore Troilo, già valoroso comandante partigiano della Maiella, che per meriti resistenziali nel gennaio del 1946 era stato nominato prefetto di Milano. Autore del volume è un figlio di Ettore Troilo, Carlo, che già nell’introduzione mi chiama direttamente in causa: «Ho deciso di scrivere il libro che lui (il padre, ndr) desiderava, spinto da due motivi: la riedizione del volume della Storia d’Italia di Montanelli e Cervi dedicato al dopoguerra, che contiene un capitolo astioso sull’occupazione della Prefettura; la recente rilettura del testamento spirituale di mio padre».
I disordini di Milano derivarono dalla notizia, data dall’Ansa il 27 novembre 1947, che «il Consiglio dei ministri ha deliberato oggi il seguente movimento di prefetti: avvocato Ettore Troilo, a sua domanda, da Milano a disposizione per nuovo incarico; dottor Vincenzo Ciotola da Torino a Milano». Questo avvicendamento fu interpretato, in ampi settori della sinistra, come un colpo di mano, un provocatorio passo avanti nella «normalizzazione» burocratica che Alcide De Gasperi e Mario Scelba perseguivano. Migliaia di dimostranti - parecchi armati - scesero per protesta in strada e si avviarono verso la Prefettura. Ne calarono molti da Sesto San Giovanni che era ancora «la Stalingrado d’Italia». Alcuni di loro, equivocando e in base all’assioma secondo cui il prefetto impersona sempre la reazione in agguato, issavano cartelli «A morte Troilo», presto ammainati. La Prefettura fu invasa mentre il questore Agnesina si trincerava in un suo quadrilatero. Giancarlo Pajetta assunse il comando delle operazioni. È noto che telefonò a Scelba per comunicargli che aveva perso la più importante delle sue prefetture, e a Togliatti per informarlo d’aver conquistato il palazzo d’autunno. Al che Togliatti lo gelò con un «E adesso cosa ve ne fate?», o qualcosa di simile.
Al Corriere della sera le notizie su ciò che stava accadendo in prefettura - e nella città - erano arrivate in maniera confusa. Un anziano cronista, Landi, fu mandato nel palazzo di corso Monforte per vedere quale fosse la situazione, e riferire. Tornò negli uffici della cronaca, dopo qualche decina di minuti, con una guancia gonfia e l’aria sconvolta. Raccontò che, arrivato là dove i dimostranti avevano collocato cavalli di Frisia, s’era avvicinato a un tipo in giubbotto di cuoio che controllava un posto di blocco. «Tu chi sei?», lo aveva interpellato la sentinella. «Sono del Corriere della Sera», aveva risposto Landi: buscandosi per questo un ceffone da tramortirlo.
«Va tu», mi disse il capocronista Ferruccio Lanfranchi. Non ne fui entusiasta. Ma ero il più giovane e mi toccava. Un’auto del Corriere mi portò nelle vicinanze della prefettura, accanto alla quale sostava un autocarro con gli sgherri sanguinari della «Volante rossa», accorsi per l’eventualità d’un loro intervento. Mi accostai a un varco, fui interpellato da un uomo in giubbotto, non so se lo stesso di Landi o un altro. «Tu chi sei?». Facendomi forza sillabai un temerario «Sono dell’esecutivo». La frase ebbe un effetto magico. Fui lasciato passare e arrivai, su per le scale dove già s’erano accumulate bucce d’arance e fiaschi ormai vuoti di vino, fino all’anticamera dello studio dove sedeva Ettore Troilo. In quella stanza e nei corridoi attigui si aggirava un’umanità pittoresca, snobbini in cerca di sensazioni forti, un amante dell’«ammuina» come l’impresario teatrale Remigio Paone, qualche giornalista intrufolatosi come me, ceffi da galera emersi da chissà quali anditi.
L’accesso al sancta sanctorum era vigilato da comunisti di sicura fede, tra loro Tortorella che conoscevo. Tanto insistetti che a un certo punto Tortorella mi lasciò passare. L’ampio ufficio del Prefetto era annebbiato dal fumo di sigaretta e gremito di individui vocianti, tra i quali si distingueva - per il piglio autoritario e per il suo andirivieni convulso - Giancarlo Pajetta. Troilo era seduto alla sua scrivania, con l’aria di uno che avrebbe preferito essere altrove, e non diceva parola.
Poiché era trascorsa qualche ora da quando avevo lasciato il Corriere, mi accostai fendendo il fumo a Troilo e gli chiesi se mi concedeva di chiamare il mio capocronista per dirgli almeno dov’ero. Con grande cortesia Troilo mi accennò al telefono che aveva accanto allo scrittoio, e che era di foggia antiquata, se ricordo bene con ornamenti in ottone, come si addice a una sede ufficiale. Avevo appena impugnato il telefono quando mi piombò addosso Pajetta, che con occhio d’aquila aveva seguito la scena benché oscurata dal fumo. «Non si può - disse sbrigativamente togliendomi il telefono di mano e riappoggiandolo sulla forcella - è un telefono di Stato». Guardai interrogativamente Troilo che volse verso Pajetta i suoi occhi a palla, un po’ sporgenti, e poi ebbe un gesto rassegnato. «Se è un telefono di Stato...». Rinunciai. Poi tutto finì, come il più delle volte accade in Italia, con un compromesso: la Prefettura fu evacuata, l’arrivo di Ciotola rinviato, i delinquenti della Volante riguadagnarono le loro tane, la Questura non fu più il superstite fortilizio dell’autorità a Milano, Scelba proseguì implacabile la sua opera di «normalizzazione». Qualche mese dopo, le elezioni politiche del 18 aprile 1948 segnarono la fine d’ogni aspirazione governativa e d’ogni velleità rivoluzionaria del Pci.
Il libro d’un figlio è anche un tributo d’affetto alla memoria del padre. Mario Scelba ha, nel racconto di Carlo Troilo, il ruolo del vilain, e lo si capisce. A Ettore Troilo deve essere reso omaggio per il suo coraggio di combattente, per la sua onestà, per il suo disinteresse. Mi pare tuttavia che proprio la documentazione aggiuntiva che il volume contiene dimostri quanto il comportamento del Prefetto sia stato, nelle convulse ore tra il 27 e il 28 novembre, incerto, confuso, e confondente. Non c’è dubbio che Scelba volesse l’allontanamento dei prefetti politici, e l’avesse lasciato intendere con molta chiarezza a Troilo. Ma proprio per questo tra De Gasperi e Scelba da una parte, Troilo dall’altra, c’era stata una sorta di negoziato. A conclusione del quale Troilo aveva accettato di lasciare la sua poltrona, quando il governo l’avesse ritenuto opportuno, e per iscritto si dichiarava «grato della benevola intenzione d’affidarmi altro incarico» (una missione diplomatica importante). Ma al dunque, ossia quando si mossero i militanti della banlieue rouge milanese, i partiti, i sindaci, e quando Pajetta irruppe in prefettura, Troilo non disse mai alto e forte quali fossero i termini dell’accordo. Lasciò che si spandesse la voce d’un colpo di pugnale a tradimento contro di lui e di conseguenza contro l’antifascismo e la Resistenza. Era in balìa degli avvenimenti. Questa e non altra è la colpa che gli rimproverai, insieme a Montanelli, e dalla quale non ritengo di poterlo assolvere.