La verità storica aiuti a scegliere

Gianluigi Da Rold

«Caro Berlinguer... L’anticomunismo e l’antisovietismo antichi, organici, viscerali di quel socialdemocratico di destra con venature fascistiche che risponde al nome di Bettino Craxi, si sono espressi e si esprimono nella lotta senza esclusione di colpi contro il compromesso storico e “l’eurocomunismo”». Chi scriveva queste «affabili» considerazioni sul segretario del Psi il 19 luglio del 1978? Un influente compagno moscovita del Politburo? Assolutamente no. Si trattava del portavoce di Enrico Berlinguer, il cattolico comunista Antonio Tatò.
Per comprendere la vicenda del socialismo italiano (quello riformista, liberale, europeo) occorre forse partire da questo slancio di «volontà unitaria al contrario» della sinistra, scritto da Tatò, ma condiviso dallo stesso Berlinguer e dalla stragrande maggioranza dei comunisti italiani, quelli che ai Festival dell’Unità gridavano: «Chi non salta, socialista è». Ma non fu diverso il trattamento che i comunisti riservarono a Filippo Turati. A Livorno, nel 1921, Nicola Bombacci (allora fiero bolscevico, poi finito fascista) sparò un colpo di pistola contro il leader storico del riformismo italiano. Quello che Palmiro Togliatti ha scritto su Ignazio Silone, su Angelo Tasca e su Carlo Rosselli fa venire ancora oggi il voltastomaco. Al socialdemocratico Giuseppe Saragat, i comunisti italiani riservarono il disonore di far parte di un «Governo SS», cioè quello di Mario Scelba e di Saragat appunto. Pietro Nenni, che pure fu l’artefice di un patto con i comunisti e un protagonista del Fronte nel 1948, venne confinato dopo il 1956 tra i «pasticcioni» e contestato dalle avanguardie studentesche sessantottarde, che finirono poi quasi tutte nel grande partito «di lotta e di governo», cioè il Pci.
Questa premessa serve a comprendere, ancora oggi (sic), la tragedia della diaspora socialista e le difficili scelte che un’area socialista riformista, ancora ampia, si trova di fronte nell’attuale situazione italiana. Si dice che il partito socialista sia un partito di sinistra e quindi la sua collocazione sarebbe naturalmente nel centrosinistra. Ma si dimentica che nella storia italiana del Dopoguerra la cosiddetta sinistra «a 24 carati» è stata sempre egemonizzata dal Pci e dall’Unione Sovietica. Oggi quella sinistra, in via d’estinzione per le note vicende storiche del 1989, è stata sostituita da una mentalità e da una cultura di sinistra che è simile a quella del Dopoguerra. Il «caso Veronesi» di questi ultimi giorni a Milano è stato riassunto con straordinaria efficacia da un titolo de Il Riformista: «Meglio perdenti che socialisti». Ma se vogliamo guardare proprio in casa di Walter Veltroni (il sindaco di Roma, ex comunista, che dice di non essere mai stato comunista) abbiamo il riscontro di un software che pensa con riflessi condizionati.
Veltroni, segretario dei Ds, apre il congresso del partito nel 2000, al Lingotto di Torino. Nelle cosiddette tesi congressuali, il terzo capitolo si intitola Il presente come storia, frase presa da una raccolta di saggi del 1948 di un oscuro marxista americano, Paul M. Sweezy. La sintesi brutale di quella frase è questa: i comunisti fanno azioni e atti storici, gli altri servono ogni tanto ma non rappresentano nulla per la storia. Proprio bravo «l’ex-mai-post» comunista Walter Veltroni.
Questa oscena cultura monolitica è stata interpretata dai cosiddetti post-comunisti italiani durante la stagione di Tangentopoli. Strategie di grandi poteri e nuova voglia di protagonismi si intrecciano con l’interesse bottegaio di un partito, il Pci, che cerca un nuovo nome e una «ripulitura» veramente storica. Non ci sarebbe forse stata la stagione del manipulitismo se Bettino Craxi avesse accettato un «invito a mollare la Dc» inviatogli dal «cuore» dei poteri forti. Craxi non accettò e scoppiò il finimondo che condiziona ancora oggi la vita politica italiana. E, nel nome dell’antipolitica, i post-comunisti maramaldeggiano contro Craxi.
Questo è il retroscena, il backstage, come si dice oggi, del contesto italiano, in cui i socialisti, sparsi un po’ ovunque, sono costretti a scegliere. In questa situazione di «cosiddetta transizione» arriva pure una legga elettorale che ti permette di non scomparire se, in una coalizione, non raggiungi il due per cento ma sei il primo dei più piccoli. Oppure di andare da solo e arrivare al 4 per cento. A questo punto, le scelte dei socialisti si riducono a tre: formare un polo radical-socialista tentando di andare soli; stare con il centrodestra; scegliere il centrosinistra. Nessuna di queste tre opzioni è esaltante, per chi ha vissuto la stagione delle grandi speranze socialiste. Si può obiettare però che Primum vivere, deinde philosophare. Ma si può anche aggiungere: vado con tutti, tranne che con quelli che sono stati i carnefici del socialismo italiano. Speriamo, quindi, che ci sia qualcuno che sappia negoziare con capacità politica sulle prime due opzioni.
Tuttavia si può sempre tenere presente la considerazione che i socialisti sono una forza storicamente di sinistra e oggi la sinistra italiana (nonostante i milanesi e i Veltroni) può cambiare. Con loro c’è persino Clemente Mastella...
C’è un fatto a cui i socialisti non possono derogare: la verità storica sulla sinistra italiana e sugli avvenimenti dei primi anni Novanta. O si affronta quel nodo in modo chiaro, oppure è meglio lasciar perdere. Chi scrive è tre volte padre e già nonno. Ai figli e ai nipoti si può dire tutta la verità. Vale a dire: eravamo socialisti e di sinistra, mentre il Pci non era un partito di sinistra. Aspetteremo l’obiezione legittima (secondo vulgata storica) e risponderemo come faceva Bettino Craxi: «Il Pci non sta a sinistra, sta a Est». Con la loro cultura e la loro mentalità, stanno ancora a Est gli eredi di quel partito «di lotta e di governo».