La verità su Mani pulite: Scalfaro si piegò ai pm

La procura aveva dato il via libera alla «soluzione politica» del terremoto. Poi qualcosa andò storto

Se dopo 15 anni dai fatti si stenta ancora a raccontare la verità, è segno che siamo messi davvero male. Giuliano Amato, parlando degli ultimi giorni del suo governo, ha finalmente avuto il coraggio di definire «riprovevole» l’uscita televisiva del vecchio pool di Mani pulite contro il provvedimento di depenalizzazione del finanziamento illecito dei partiti approvato nel Consiglio dei ministri del 5 marzo 1993. La conseguenza di quel pronunciamento fu, come è noto, la mancata firma del provvedimento da parte dell’allora presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro.
C’è stato chi, come il senatore D’Ambrosio, si è indignato per il giudizio di Amato e chi come Oscar Luigi Scalfaro ha detto angelicamente che lui non vedeva la televisione e quindi nulla sapeva del pronunciamento del pool di Milano. La sua «non firma», ha continuato, venne da una convinzione personale, aiutata da quella permanente ispirazione che lo portò al termine dell’ultima guerra a emettere anche una condanna a morte. Con dolore e con rispetto, naturalmente, come si conviene a un cattolico.
La verità dei fatti è, naturalmente, tutta un’altra. Giuliano Amato aveva preannunciato il provvedimento della depenalizzazione del finanziamento illecito all’interno di una relazione al Parlamento poi approvata a larga maggioranza. Subito dopo aveva inviato Francesca Contri, segretaria generale di Palazzo Chigi, da Francesco Saverio Borrelli per avere un suo placet sul provvedimento. Ottenutolo (che oscura anomalia!), convocò il Consiglio dei ministri il 5 marzo per approvarlo. Mentre era in corso il Consiglio dei ministri fu chiamato da Scalfaro che volle vederlo con urgenza. Amato sospese il Consiglio e andò di corsa al Colle chiedendo ai ministri di fermarsi tutti a Palazzo Chigi. In poco più di un’ora Amato e Scalfaro esaminarono e condivisero tutti i punti e le virgole di quel provvedimento. Tornato a Palazzo Chigi, Amato fece approvare il testo concordato. Ma il diavoletto ci mise la sua coda velenosa.
Il capo dell’ufficio legislativo di Palazzo Chigi, l’avvocato Nino Freni, commise un errore imperdonabile. Invece di inviare subito il provvedimento alla firma di Scalfaro tenne presso di sé il testo approvato per alcune correzioni formali. Era un venerdì sera. Il sabato mattina i grandi giornali che cavalcavano il giustizialismo dilagante dettero notizia del provvedimento con un commento critico ma che non andava sopra le righe. Insomma si prendeva sostanzialmente atto di quel decreto legge. Nel pomeriggio dello stesso giorno iniziarono però le pressioni su Amato con telefonate di alcuni direttori di giornali. Dopo qualche ora Gaetano Gifuni, segretario generale del Quirinale, chiamò Amato comunicandogli le perplessità «costituzionali» di Scalfaro a controfirmare quel decreto legge.
Le voci dal sen fuggite in quelle ore parlarono anche di telefonate tra il Quirinale e la Procura di Milano. La mattina di domenica 7 marzo ci fu in diretta televisiva la minaccia «democratica» del pool di Milano delle proprie dimissioni dinanzi alla eventuale promulgazione del decreto legge. Una minaccia preceduta dai titoli dei grandi quotidiani di informazione che in 24 ore avevano cambiato tono e sostanza dei commenti. Alle ore 17 di quella stessa domenica Amato fu convocato di nuovo da Scalfaro questa volta a casa sua, dove trovò inspiegabilmente i due presidenti delle Camere, Spadolini e Napolitano. Scalfaro annunciò la propria decisione di non firmare il decreto legge nonostante l’avesse preventivamente concordato. In quell’aria di tragedia non mancò un aspetto comico. Qualche ora prima il ministro della Giustizia Conso disse ad Amato che se quel decreto legge fosse stato firmato da Scalfaro lui si sarebbe dimesso, dimenticando che 48 ore prima era stato proprio lui a presentare in Consiglio dei ministri il testo del provvedimento. L’impazzimento istituzionale, chiamiamolo così, era ormai generale.
Questi i fatti. La ratio di quel provvedimento era di togliere dalle mani di alcuni inquirenti un’arma poco costituzionale e largamente praticata, quella, cioè, di arresti a go-go con l’accusa di finanziamento illecito di tantissimi imprenditori che per uscire subito dal carcere confessavano corruzioni e concussioni in larghissima parte inesistenti. Quando il pool si accorse, leggendo il testo, che con quelle norme non avrebbero potuto più arrestare nessuno per il reato di finanziamento illecito e premere così «oggettivamente» per improvvise conversioni e confessioni, capì che la democrazia politica avrebbe vinto come poi vinse in Germania e in Francia su analoghi tentativi (Kohl e Chirac) e decise di andare in diretta televisiva con il famoso pronunciamento.
Scalfaro sapeva, inoltre, che in quel momento molti spingevano per un suo coinvolgimento visto e considerato la comprensibile scoperta dei contributi elettorali da lui ricevuti e non dichiarati e i famosi cento milioni al mese avuti dal Sisde negli anni in cui era stato ministro dell’Interno. Il terrore che quei fatti potessero venire alla luce spinse Scalfaro ad assecondare l’iniziativa della Procura di Milano e a non firmare ciò che aveva già approvato preventivamente. Caso volle che quei fatti non gli furono mai contestati. Una resa della Repubblica, dunque, figlia della paura. Umanamente comprensibile ma politicamente inaccettabile. Se dopo 15 anni l’ipocrisia la fa ancora da padrona e non si ha il coraggio di dire alla Storia ciò che è realmente accaduto, è segno che la notte della democrazia è ancora lunga. E purtroppo lo vediamo ogni giorno da ormai 15 anni.