La verità su Unabomber è appesa alle forbici

nostro inviato a Trieste

L'ingegner Elvo Zornitta fuma nevroticamente una Multifilter dietro l'altra, si tormenta le mani, stiracchia sorrisini: non ha l'aria dell'Unabomber lucido e spietato che mette a punto congegni esplosivi spargendoli nel Nordest. È affiancato da avvocati e periti, e assediato dai giornalisti al secondo piano del palazzo di giustizia di Trieste. Ed è atteso dal giudice delle indagini preliminari Enzo Truncellitto per la prima udienza giudiziaria nella storia delle indagini sul bombarolo senza volto, una storia lunga 12 anni. Due mesi per l'incidente probatorio, poi il maggiore sospettato di essere Unabomber conoscerà il suo destino.
Due mesi per stabilire se le forbici marca Valex sequestrate il 24 marzo 2006 in casa Zornitta sono proprio quelle usate per confezionare uno degli ordigni inesplosi, trovato il 1° aprile 2004 nel cuscino di un inginocchiatoio nella chiesa di Sant'Agnese a Portogruaro. Tre perizie ordinate dagli inquirenti sono concordi, ora se ne svolgerà una quarta voluta dal gip che dovrà dare una sentenza al di là di ogni dubbio. I due esperti incaricati ieri non potranno indicare una generica compatibilità tra le forbici e il pezzettino di metallo trovato nell'ordigno, né una probabilità sia pure elevatissima. Il giudice vuole sapere se il lamierino mostra segni provocati dalle lame di un utensile, e se le tracce sono state lasciate dalle forbici da elettricista sequestrate a Zornitta. Un sì al 99 per cento equivarrà a un no.
I periti sono un guru americano della balistica, agente Fbi capo dell'ufficio che identifica le armi, e l'ex direttore del Banco nazionale di prova delle armi di Gardone Valtrompia. Due tecnici, due stili. Carlo John Rosati, il superinvestigatore partito dal quartier generale di Quantico, in Virginia, non scuce una parola: non parla italiano (lo accompagna una giovane interprete) e anche in inglese rivela soltanto di avere genitori italiani, padre di Gubbio e madre veneta (quale città? «No comment»). Invece il perito industriale Pietro Benedetti, bresciano di Collebeato, non si sottrae a taccuini e telecamere. Ogni oggetto metallico, spiega, subisce piccole anomalie superficiali nella lavorazione, microstriature che lo rendono unico: «Un esperto può stabilire sia che una pistola ha esploso quel certo proiettile sia che una forbice ha fatto quel certo taglio. Prenderemo cinque forbici della stessa marca prodotte una dopo l'altra e dimostreremo che ognuna ha una sua identità». Margini di errore? «Nessuno, se il reperto non è stato deformato e se l'utensile non è stato manomesso».
La perizia, che comincerà domani, si svolgerà nel laboratorio privato di Benedetti che possiede un microscopio comparatore a scansione elettronica come quello del Laboratorio investigazioni criminologiche (Lic) di Venezia che in maggio ha scovato il legame tra l'ordigno e le forbici. Parteciperanno anche i periti nominati dai pubblici ministeri, che sono Ezio Zernar (responsabile del Lic autore della scoperta) e il capitano dei carabinieri Paolo Frattini del Ris di Parma che eseguì il primo riscontro. Assisteranno anche i consulenti nominati dalla difesa di Zornitta, gli ingegneri Alberto Riccadonna (sul versante balistico) e Paolo Battaini, esperto di leghe metalliche specializzato nella microscopia elettronica. Entro il 10 dicembre i tecnici del gip dovranno concludere il lavoro e il 18 è già fissata l'udienza in cui la loro relazione verrà presentata alle parti e discussa.
Finita l'udienza Zornitta è rimasto silenzioso. «Rispettiamo questo accertamento tecnico inusuale - hanno detto i suoi legali Maurizio Paniz e Paolo Dell'Agnolo - ma anche se dovesse avere esito negativo per noi, non significa automaticamente che sia un elemento a nostro carico. Zornitta è disposto a sottoporsi a ogni test, compreso quello del Dna, per dimostrare la propria estraneità». Il procuratore distrettuale di Trieste, Nicola Maria Pace, ha ribattuto che «l'atto segna il passaggio dell'inchiesta da una fase di pura investigazione a una fase con contenuti giudiziari e dovrebbe dare spessore ulteriore a indizi cospicui che riteniamo di avere acquisito». Quali? «Questo non lo dirò mai». Corregge il procuratore generale Beniamino Deidda: «Almeno per ora».