La verità sugli scontri di Roma


Qualcuno spieghi a Paolo Ferrero di Rifondazione, ad Angelo Bonelli dei Verdi, al senatore Vincenzo Vita del Pd, al portavoce dei Cobas Piero Bernocchi, all’ex poliziotto convertito al giovanilismo barricadiero Antonio Di Pietro, al suo sodale Francesco Pardi, insomma a tutti coloro che ieri hanno accusato il governo di aver falsificato la versione sugli incidenti di piazza Navona, qualcuno spieghi che siamo nel 2008.
Qualcuno spieghi a tutti costoro che nel 2008 c’è YouTube, che farà tanti danni ma qualche volta si rende pure utile: ad esempio in questi giorni è zeppo di filmati sugli incidenti di piazza Navona, e insomma non siamo più negli anni Settanta quando la mitica controinformazione poteva dar da intendere agli italiani che la colpa degli scontri di piazza era sempre e comunque dei fascisti o della polizia.
Qualcuno legga a questi patetici nostalgici del vittimismo d’antan che cosa ha scritto ieri Carlo Bonini su Repubblica, e ripeto Repubblica, che non vuol dire né Giornale né Libero né Secolo d’Italia, vuol dire Repubblica. Ecco che cosa era scritto su Repubblica ieri mattina, quindi prima che parlasse - per dire le stesse cose - il sottosegretario agli Interni Nitto Palma: «Quel che accade dopo è stato documentato dai video degli scontri. La carica che, intorno a mezzogiorno, parte dal settore degli studenti di sinistra coinvolge almeno trecento ragazzi, verosimilmente mobilitati da un tam-tam che, tra le 11 e le 12, avverte che “i fascisti vogliono prendersi la piazza”. Il tempo di reazione di Celere e carabinieri sarà di tre minuti».
Onore al merito di Carlo Bonini e di Repubblica, che da fonte non sospetta hanno ricostruito gli incidenti per come si sono svolti: in piazza erano presenti teste calde di destra e di sinistra, ma la carica è partita dal «settore degli studenti di sinistra» perché non si voleva che i fascisti occupassero la piazza; a caricare erano «in trecento», polizia e carabinieri sono intervenuti in «tre minuti». E quindi non è vero quello che dicono i Vita e i Di Pietro, i Pardi e i Ferrero: non è vero che tutto è partito «dagli studenti di destra che hanno aggredito inermi e pacifici dimostranti», e non è vero che polizia e carabinieri sono rimasti a guardare.
«Quel che accade è stato documentato dai video», scrive Bonini, ed è esattamente così. E proprio per questo è vergognoso, per non dire di peggio, che i vari Ferrero e compagnia sostengano che la prova delle menzogne del governo «sta nei video», che «basta andare su Internet». Sì, basta andare su Internet. Basta entrare nel sito di YouTube. Qui si trovano filmati a bizzeffe, sugli scontri di piazza Navona. Ce n’è per tutti i gusti. Per dimostrare che la colpa è «dei fascisti» oppure che è «di quelli di sinistra». Ma ce n’è qualcuno che riprende tutta la manifestazione, in ordine cronologico, un filmato che comincia con i cori e gli slogan pacifici, e poi va avanti senza interrompersi, e a un tratto mostra la carica - con lancio di pietre - di quelli della cosiddetta «sinistra antagonista». È quello il filmato che testimonia come è partito tutto: e che conferma le parole sia di Bonini su Repubblica, sia del sottosegretario Nitto Palma.
Intendiamoci bene. Non stiamo prendendo le difese di quelli del Blocco Studentesco: sono andati in piazza con i bastoni e con i caschi, e con chi va in piazza con i bastoni e con i caschi non abbiamo e non vogliamo avere nulla da spartire. Intendiamoci pure su un altro fatto: non siamo così beceri dal pensare che negli scontri di piazza abbia sempre torto una parte sola, l’estrema sinistra. Primo, perché di delinquenti ce n’è di ogni colore. Secondo, perché a volte perfino la polizia e i carabinieri possono sbagliare.
Ma è proprio questo che non vorremmo rivedere: le infantili dispute sul «chi ha cominciato per primo», le ricostruzioni a senso unico, la decrepita tendenza di gran parte della nostra sinistra a vedere solo le mazze degli altri, le «provocazioni fasciste», le infiltrazioni nella polizia. È con questa retorica, anzi è con questa schifosa deformazione dei fatti che negli anni Settanta è stata negata l’esistenza di un estremismo di sinistra che era già violento all’inizio, e che poi degenerò com’è degenerato. Era una sinistra che pretendeva una patente di verginità, anzi di concezione immacolata, e trovava a tenerle bordone una stampa italiana supinamente allineata, più per vigliaccheria e per conformismo che per convinzione (e ci sia permesso di ricordare l’ovvio, e cioè che il Giornale di Montanelli nacque proprio per essere una stecca nel coro).
La disinformazione raggiunse il suo apice il 14 maggio 1977, quando in via De Amicis a Milano venne ucciso - con un colpo di pistola - il brigadiere di polizia Antonino Custra. Un fotografo dilettante fermò l’istante in cui un giovane estremista di sinistra - il passamontagna sul volto, la pistola impugnata con entrambe le mani, le gambe leggermente piegate - faceva fuoco contro la polizia. Il lettore avrà già capito di quale foto sto parlando: è quella che sarebbe poi diventata l’immagine-simbolo degli anni di piombo. Una foto bellissima e drammatica, che aveva però un difetto: faceva a pugni con la tesi immediatamente confezionata dal «giornalismo democratico», e cioè che Custra era stato ucciso per errore da un collega, visto che in via De Amicis solo la polizia era armata. Ebbene, quella sera stessa il fotografo andò a portare l’immagine alla cronaca milanese del Corriere della Sera, che la rifiutò. Si rivolse allora al Resto del Carlino, che ebbe il merito, ma soprattutto il coraggio, di pubblicarla. Il giorno dopo, quello scatto fece il giro del mondo. Gli editori del Corriere, Andrea e Angelo Rizzoli, ordinarono al direttore Piero Ottone di svolgere un’inchiesta interna, al termine della quale il capocronista e il suo vice furono rimossi. Poco dopo fu sostituito lo stesso Ottone, che a certe faziosità e censure non era sicuramente estraneo.
Anni brutti, altro che formidabili. Ora, tra le tante pagliacciate che certi incanutiti agit-prop vorrebbero resuscitare, c’è anche quella Disinformacja. Ma per fortuna oltre al ciclostile c’è YouTube.
Michele Brambilla