La verità sul Mameli chiavarese

Il manoscritto con il titolo «O figlio d’Italia» era cucito con altri fogli e tutte le canzoni dimostravano un forte amore per la patria

Stimatissimo dottor Lussana, come preannunciato telefonicamente, le elenco le imprecisioni che ho rimarcato nella pagina del 10 u.s., peraltro molto interessante, a firma Antonio Bovetti, su Goffredo Mameli.
Il testo suggerisce che il manoscritto conservato nel Museo del Risorgimento della Società Economica di Chiavari, sia stato «trovato» dall’attuale direttrice. In realtà lo trovai - nella mia qualità di direttrice del museo (dal 1999 all’aprile u.s.) cucito con altri fogli, alcuni manoscritti, altri a stampa e di diverso formato, in maniera molto rudimentale, e con la scritta, a mano, su di una copertina parecchio deteriorata «Le canzoni che si cantavano nel 1797 e nel 1848». Testimoniava una forte passione patria, mostrava di essere stato letto, riletto, passato di mano in mano, frutto di una cura paziente, non solo di collezionista. Feci, rimborsando con una oblazione di pari valore, digitalizzare tale materiale, perché non andasse distrutto, date le condizioni in cui il dossier versava. Avevo in progetto di farne una pubblicazione e per questo interpellai anche lo storico Aldo Mola, a cui diedi una copia dei tre cd ottenuti.
Dato l’interesse che l’incipit suscita, cioè la variante «O figlio d’Italia», che attesta forse la passione e l’urgenza di chi lo ricopiò per diffonderlo, lo feci riprodurre nella sovracoperta del catalogo del Museo del Risorgimento che curai e presentai il 18 febbraio 2006. Ne consegnai una copia anche ai curatori (Archivio di Stato) della mostra «Due bicentenari in una mostra» (2-22 giugno 2005) realizzata nel Palazzo della Borsa a Genova, insieme con altri cimeli concessi in prestito dalla Società Economica. Ottenni per il 2005 di ripristinare la denominazione Museo del Risorgimento per quello che dal 1987 veniva più genericamente chiamato Museo storico della Società Economica di Chiavari.
Si nota qualche imprecisione anche a proposito della biografia del Mameli. La «Società del Progresso» (ma si proposero vari nomi) fu fondata a Chiavari a casa di Gabriele Castagnola l’11 ottobre 1846. Ne fu primo presidente Stefano Castagnola. Il 31 ottobre assume il nome «Entellica». Nel novembre 1846 gli studenti, passati a Genova per gli studi, vi portarono anche la loro associazione. Il 1º dicembre si tenne la prima seduta. Il 10 marzo fu accolto Goffredo Mameli. Il 15 aprile la Commissione legislativa mutò il nome in «Soc. Entelma».
Mameli non stava per laurearsi quando cominciò «a girare l’Italia»: iscritto nel 1842 al Corso di filosofia, propedeutico alle varie facoltà, espulso nel ’43, ricompare nei registri il 15-XI 1845. Perde poi ancora un mese per aver maltollerato critiche al Manzoni (del prof. Rebuffo). Il 12-VIII-’47 supera l’esame e viene ammesso alla facoltà di legge. Frequenta fino al 6 dicembre 1847. È agli inizi. Ma il Congresso degli Scienziati, il clima patriottico sempre più diffuso tra intellettuali, nobili e popolo, sino alla celebrazione della cacciata degli Austriaci nel cento e un anno di ricorrenza sollecitano il giovane studente, poeta e mazziniano, ad una intensa e proficua opera di organizzatore, pubblicista, ambasciatore e poi soldato, con responsabilità di grado, sino alla morte atroce. E perché non ricordare che Lorenzo Valerio, commissario straordinario del governo italiano per le Marche, proclamò l’Inno di Mameli «inno nazionale, con una circolare del 1860? Ringrazio per l’attenzione cortese e paziente.
P.S. Il pittore che portò l’inno a Michele Novaro fu Ulisse Borzino non Bronzino.