La verità sul «modello tedesco»

Riforma inapplicabile in Italia senza modificare la Costituzione

Il modello di cui si parla: il sistema elettorale tedesco. Con la sua recente quasi conversione, Massimo D’Alema, tradizionale sostenitore del modello elettorale francese (maggioritario uninominale a due turni), ha rilanciato il modello elettorale tedesco. Mito e/o oggetto misterioso, vale la pena di conoscerlo in modo più preciso anche perché è abbastanza complesso, facendo convivere il maggioritario relativo con il proporzionale per quanto riguarda l’elezione del Bundestag, o Camera Bassa.
Il Bundesrat è invece il Consiglio federale dove sono rappresentati i Lander (diciamo Regioni per semplificare) poiché la Germania è, a differenza dell’Italia, uno Stato federale. Questione controversa è se il modello tedesco potrebbe applicarsi in Italia tanto alla Camera quanto al Senato senza ritoccare la Costituzione (per quanto riguarda il Senato), ciò che allungherebbe i tempi di un’eventuale riforma.
La distribuzione dei seggi
Attualmente, dopo varie micro-riforme, il Bundestag è composto da 598 deputati eletti in 299 collegi. La legge prevede che una metà venga eletta col maggioritario relativo in collegi uninominali, e l’altra metà, indipendentemente dalla prima, con il proporzionale, sulla base di liste regionali predisposte dai partiti. Di qui la divisione della scheda elettorale in due parti: la sinistra per il cosiddetto “primo voto”, la destra per il “secondo voto”. Punto-chiave è che quest’ultimo determina la distribuzione dei seggi in Parlamento, ma il “primo voto” può modificare il risultato del secondo e aggiungere seggi a quelli ottenuti con il proporzionale per cui il numero complessivo dei deputati non è fisso. Altro punto-chiave è la clausola di sbarramento al 5% per poter accedere alla attribuzione dei seggi.
Entriamo nella cabina elettorale. Sul lato sinistro della scheda l’elettore sceglie col “primo voto” il suo candidato. È la parte maggioritaria, ma relativa, nel senso che il seggio viene assegnato al candidato che ottiene il maggior numero di voti. Sul lato destro l’elettore sceglie il partito che preferisce, e che può essere diverso dal partito cui appartiene il candidato che ha scelto per la parte maggioritaria. Qui si trova di fronte a una lista di candidati predisposta in sede regionale da ciascun partito che può collocare in posizioni privilegiate alcuni candidati ritenuti particolarmente deboli ma di cui voglia facilitare l’ingresso in Parlamento.
Gli elettori escono dalle urne e si passa al conteggio dei voti. Per la determinazione delle percentuali dei voti ottenute da ciascun partito e, dunque, per la distribuzione dei seggi, si prendono in considerazione i risultati del “secondo voto”: per questo il sistema tedesco è venga considerato proporzionale. Alle ultime elezioni si è confermata, anche per una modifica del metodo di calcolo, la tendenza dei partiti più grandi ad ottenere più voti nella parte maggioritaria e di quelli più piccoli ad ottenere una percentuale più alta nella parte proporzionale. Che è quella, ripetiamo, che determina l’attribuzione complessiva dei seggi.
La clausola di sbarramento
In base a questo calcolo proporzionale, supponiamo che il partito A abbia ottenuto 15 seggi, di cui 10 conquistati in altrettanti collegi uninominali (parte maggioritaria); gli altri 5 verranno presi dalla lista regionale (parte proporzionale), evidentemente a scalare se si tratta di già eletti nell’uninominale. Se accade che, nella regione ipotizzata, al partito A cui spetterebbero in base al voto proporzionale 15 seggi, ne abbia conquistati 16 nell’uninominale, questo seggio in più va ad aumentare il numero complessivo dei deputati del Bundestag e il suo viene definito “mandato in eccesso”. Che può essere considerato un minipremio di maggioranza.
Quanto alla “clausola di sbarramento”, ha bloccato l’accesso al Parlamento dei partiti più piccoli, ma non è assolutamente rigida: infatti il 5% vale sul territorio nazionale, ma salta se un partito vince almeno 3 mandati elettorali diretti (cioè nei collegi uninominali della parte maggioritaria): nel 1994, la Pds, cioè l’ex Pc della Germania Est, ebbe il 4,4% dei voti a livello nazionale ma entrò nel Bundestag con 30 seggi avendo vinto in 4 collegi uninominali a Berlino Est.
Bipartitismo addio
Quindi un particolare radicamento territoriale di una forza politica non la esclude dalla rappresentanza. Ma nel 2002, avendo vinto solo in 2 collegi uninominali, con il suo 4% perse l’opportunità di fare eleggere una ventina di deputati. Lezione presto imparata. Per le elezioni del 2005, la Pds si è alleata con formazioni minori e ha raggiunto – come Linke – l’8,7% nella parte proporzionale e 54 deputati eletti.
È per questo che Armando Cossutta si è dichiarato fermamente a favore del modello tedesco nonostante abbia ottenuto il 2,3% dei voti alla Camera? Più in generale, dalle elezioni politiche del 1998 in poi (2002 e 2005) si assiste a una riduzione considerevole di consensi per i due partiti maggiori, diminuiti complessivamente dall’81,4% al 69,4%, con il resto diviso fra quattro partiti medi più o meno equivalenti. Per cui le virtù del sistema tedesco si sono ridotte al limitato numero di partiti rappresentati in Parlamento, ma sta perdendo l’iniziale bipartitismo che permetteva alla legge elettorale di funzionare (all’apparenza) così bene. Ma bisogna pensare che questo cambiamento riflette quello dell’elettorato, che da un lato subisce l’effetto della “fine delle ideologie” politiche tradizionali e dall’altro lato si spezzetta in nicchie elettorali con ideologie alternative; e sul quale il meccanismo elettorale incide solo fino a un certo punto.