La verità sulle giornate del 25 e 26 aprile

È necessario, per verità storica, negare un documento che dagli storici antifascisti viene continuamente citato che, a Genova, diecimila tedeschi si sarebbero arresi alle forze partigiane 48 ore prima del giungere degli anglo-americani, i quali avrebbero così trovato la città «completamente» liberata. In realtà i fatti andarono in maniera alquanto diversa. Il generale Meinhold firmò sì l’atto di resa ma lo firmò solo per se stesso. L’assoluta maggioranza dei soldati tedeschi da lui dipendenti, si rifiutò di seguirlo. Di più: un tribunale marziale germanico, immediatamente riunitosi, condannò a morte per alto tradimento il Meinhold e il comando di tutte le truppe passò agli ordini del capitano di fregata Max Berninghaus.
Le giornate del 25-26 aprile trascorsero così in un clima di crescente tensione mentre le squadre partigiane cittadine cominciavano a dedicarsi alla «caccia al fascista». Caddero così tra i primissimi i militi della Gnr, particolare l’episodio di Pegli dove i partigiani, non riuscendo a rintracciare il colonnello della Gnr Granara, arrestarono e fucilarono la moglie dell’ufficiale e i suoi due bambini uno di otto e uno di nove anni. Nella tarda sera del 26 aprile giunse la notizia che le avanguardie americane della divisione «Bufalo» erano arrivate a Rapallo e gli esponenti del Cln si misero subito in contatto con i comandanti americani invitandoli ad accellerare la marcia e a occupare il capoluogo ligure. Ma questi risposero che non intendevano portare le loro truppe sotto il tiro dei cannoni di Monte Moro saldamente presidiato dai tedeschi che respingevano ogni intimazione di resa, e che sarebbero entrati in città solo dopo avere ottenuto la resa tedesca.
Le trattive tra alleati e germanici si conclusero solo nella mattinata del 27 aprile e nel pomeriggio, le colonne americane entrarono nella città. Ormai padroni della città, grazie alla presenza americana, i partigiani si scatenarono in uno spietato massacro. Le vie della città, i suoi sobborghi si riempirono di cadaveri, stragi inaudite si ebbero nei pressi di Torriglia e a Masone. Il podestà di Genova, marchese Canevaro, venne gettato in una fornace. A Sampierdarena fu uccisa la quindicenne Argentina Bosio; a Quarto, il sommozzatore Leo Vidussoni, fratello dell’ex segretario del Pnf. Con lui vennero fucilati i fascisti Carlo Vianello, sua moglie e la signora Emilia Elenetti. A Cornigliano i partigiani seviziarono il fascista Mario Arzeno e obbligarono suo padre Tito a scaraventare il figlio ancora vivo, dall’arcata di un ponte.
Ma le stragi di maggiore portata si verificarono quasi certamente nelle vallate che congiungono la Liguria con le regioni circostanti. In quelle valli riposano ancora oggi i resti di centinaia di ufficiali e soldati delle divisioni «Monterosa» e «San Marco», massacrati e sepolti in località rimaste quasi sempre sconosciute.
Continuità Ideale - Genova