La verità del supertestimone: "Così ho visto uccidere Filippo"

L’agghiacciante racconto dell’agente C. (per motivi di sicurezza
omettiamo il nome) così come emerge dalle relazioni di servizio e dalla
successiva verbalizzazione

Catania - È diventato il supertestimone della morte del suo migliore amico. Era il braccio destro di Filippo, la sua ombra, un fedelissimo compagno di lavoro. Questo che segue è l’agghiacciante racconto dell’agente C. (per motivi di sicurezza omettiamo il nome) così come emerge dalle relazioni di servizio e dalla successiva verbalizzazione.
Da leggere tutto d’un fiato: «Come capita per ogni partita, in occasione del derby siamo andati a farci carico dei tifosi ospiti, in questo caso del Palermo, per portarli in sicurezza alla zona industriale. Li abbiamo presi in consegna all’altezza dell’autogrill sull’autostrada Catania-Palermo, verso il Gesso Bianco. Qui è avvenuto un primo filtraggio, sono stati fatti scendere i tifosi ospiti arrivati con sei pullman oltre a un centinaio di macchine. Il tutto avveniva all’incirca verso le ore 18.30. A seguito dei meticolosi controlli effettuati con la supervisione dell’ispettore Filippo Raciti, la tifoseria ospite veniva fatta salire su tre pullman: Filippo era di scorta davanti col Discovery, io posizionato dietro con il Ducato. Arrivati all’incirca verso piazza Boggiolera, gli autobus venivano fermati contestualmente all’uscita in massa di ultrà catanesi che premevano da dietro i portoni della Curva. Lì avviene un primo contatto, un tentativo di aggressione. Erano presenti alcune squadre di polizia, militari della Finanza, qualche carabiniere. Gli ultrà erano in soprannumero. In quel primo prolungato scontro vedo Raciti difendersi ed essere colpito da (...) dopodiché nella confusione lo perdo di vista per un minuto, massimo due. Quindi ci ricompattiamo e uniti agli altri colleghi ci posizioniamo per portare a termine il nostro incarico».
È un attimo però. «Dalla curva Nord, improvvisamente, cominciano a uscire persone travisate con passamontagna, cappucci e sciarpe impegnate in ripetuti lanci di bombe carta. Di questi ordigni ne esplodevano numerosi, in sequenza, a distanza ravvicinata. Ricordo anche che quei tifosi erano tutti armati di bastoni, lanciavano pietre, si muovevano a scatti. L’ispettore Raciti capisce che a piedi non si può continuare, non ci sono margini di sicurezza per proseguire. Così preferisce togliersi da quell’imbuto stretto dirimpetto lo stadio per indirizzarsi verso piazza Spedini. Altri tifosi del Catania, nel frattempo, accorrono in massa dando luogo ad azioni di guerriglia urbana. Il piazzale si riempie di ultras e solo a quel punto, con i due furgoni Discovery, insieme all’ispettore Raciti iniziamo a fare velocemente avanti e indietro per far avanzare il reparto e disperdere gli assembramenti. Quindi vediamo che alcune frange della tifoseria di casa provano a forzare una porta dello stadio, giocoforza uno dei dei due nostri furgoni si posiziona davanti all’uscita riuscendo a bloccarla prima di dare il cambio a un blindato di supporto. Nel frattempo riprendiamo a girare vorticosamente con gli automezzi per allontanare i facinorosi che guadagnavano terreno. La situazione si stava facendo pericolosa, in alcuni momenti siamo stati addirittura sopraffatti fino a quando, riprendendo a correre, notiamo un tifoso di spalle che lanciava pietre verso il contingente schierato. Con l’ispettore decidiamo di procedere all’arresto senza dare nell’occhio. Fermiamo i Discovery, scendiamo di corsa, immobilizziamo l’obiettivo e risaliamo sul furgone. Dopo una ventina di metri fermiamo nuovamente il mezzo, consegniamo il tifoso ai colleghi del camper preposti a trattenere i fermati, e quando stiamo per ripartire una bomba carta esplode sotto il cofano. Con gli sportelli ancora aperti, il fumo riempie l’abitacolo e investe l’ispettore Raciti che dopo un breve stordimento si rialza per rimettersi a lavorare sotto un’impressionante pioggia di pietre provenienti dalla curva Nord e dalla zona di campagna. Raciti reagisce ma quando gli ultrà finalmente indietreggiano, si accascia a terra». Quanto al resto, sapete tutti com’è andata a finire.
gianmarco.chiocci@ilgiornale.it