VERMEER Il suono del silenzio

Scarse le notizie biografiche: parlano per lui le sospese atmosfere dei quadri

Un critico l’aveva soprannominato negli anni Sessanta dell’Ottocento la «Sfinge di Delft», per le scarse notizie biografiche e la magia misteriosa dei suoi quadri. Ma a riguardarlo, Johannes Vermeer è tutt’altro che una sfinge. Di lui, è vero, trapela poco direttamente, niente scritti, niente testimonianze, qualche data: nato nel 1632 a Delft nei Paesi Bassi, figlio di un albergatore-mercante d’arte, sposato nel 1653 con la ricca Catharina Bolnes, iscritto nello stesso anno come maestro nella gilda dei pittori della sua città, sindaco della stessa corporazione nel 1662 e 1670 e infine morto per infarto nel 1675 con otto figli in tenera età. Molto si sa invece degli intrighi economici di moglie e suocera che, con il patrimonio di famiglia e la vendita dei suoi quadri, riescono ad assicurare il futuro della famiglia.
In realtà Vermeer racconta tutto nei suoi straordinari dipinti, poco più di una ventina superstiti dei quaranta-cinquanta realizzati nel ventennio di attività. Lentissimo, ne dipingeva un paio all’anno, creando capolavori assoluti. Ma che cosa racconta? Tutto, l’Olanda del Seicento, la sua città Delft, la sua stanza di lavoro, i personaggi del suo mondo. Basta assaporare l’atmosfera di quella piccola città ripresa in due dipinti (Strada di Delft e Veduta di Delft), con le case colorate dai tetti aguzzi, le massaie che lavano e cuciono sulle porte, i cortili con i lavatoi. Basta guardare quell’unico interno, sempre riproposto con tagli diversi. Una finestra a sinistra, con vetri lavorati a piombo, un tavolo ricoperto da un tappeto orientale, il pavimento quadrettato, una panca, il quadro di un pittore olandese del Seicento appeso alla parete, identificato ed elencato tra quelli della moglie, dopo la morte di Vermeer. Alcune belle seggiole dalle protomi leonine, un piatto con frutta, brocche e utensili, una tenda in primo piano. Lì, in quella stanza, atelier di lavoro del pittore come la Senna lo sarà per Monet, passano i protagonisti: ragazze, militari, donnine compiacenti con bicchieri di vino, lattaie, gentiluomini, suonatrici di spinetta e di chitarra, cameriere, merlettaie, astronomi e geografi, il pittore stesso con la sua modella simbolo della Pittura. Tutto il suo entourage, compresa quella delicata donna bionda, forse la moglie, che compare spesso con una bella giacca di seta gialla, colletto e polsini di pelliccia. Un mondo reale, ma incantato, silenzioso. L’Olanda del XVII secolo, con la sua gente, che non inventa certo Vermeer, ma che compare anche nelle opere dei pittori olandesi contemporanei, da Jan Steen a Gerard Terborch, da Gabriel Metsu a Gerrit Dou.
Ma ciò che distingue Vermeer è il modo in cui racconta questa sua Olanda essenziale. I suoi quadri non sono di genere, sono luoghi dell’anima. Silenzio, luce, colore, spazio descrivono attese, pensieri, stati d’animo. A che cosa sta pensando quella Lattaia che versa il latte da una brocca all’altra, in una grigia mattina nordica? È assorta nei suoi pensieri, come quella Ragazza assopita il gomito appoggiato al tavolo, o la Merlettaia che infila aghi sul suo piccolo tavolo da lavoro. Ma, oltre all’essenzialità delle immagini e alla raffinatezza dei pochi, stupendi dettagli tutti carichi di significati simbolici, è la tecnica che colpisce: colori dai forti contrasti, gialli e azzurri, rossi e neri, tutti illuminati da luce naturale, con ombre dorate solo abbozzate, stesura sfumata giocata su punte di pennello accostate a paste dense e pure. E persino il pointillisme per creare la grana del pane e del bronzo, la trasparenza dei bicchieri, il luccichio dei metalli, la lanuggine del tappeto. Guardate quello della Ragazza che legge una lettera davanti a una finestra della Gemäldegalerie di Dresda e vi sembrerà di toccarlo.
mtazartes@alice.it