VERMICINO, LA TRAGEDIA CHE CAMBIÒ LA TV

È ancora viva nella memoria del Paese la tragedia di Vermicino, e a testimoniarlo ulteriormente è stato lo speciale di Giovanni Minoli ne La storia siamo noi dal titolo L'Italia di Alfredino (martedì su Raidue, ore 22,50) che è risultata la trasmissione più vista in seconda serata. Nel tragico destino di Alfredino Rampi, il ragazzino caduto in un pozzo alle porte di Roma la sera dell'11 giugno 1981, è racchiuso non solo uno straziante dramma umano ma anche un momento di svolta della nostra televisione, del modo di concepirla e attuarla fino alle estreme conseguenze. Quella vicenda non segnò infatti soltanto il record della più lunga telecronaca diretta nella storia della Rai, dalle 14 di venerdì 12 giugno alle 8 del mattino del sabato, ma spezzò quella sorta di incantesimo che aveva fin lì stregato il rapporto tra lo spettatore e il mezzo televisivo. Di colpo la morte usciva da una dimensione astratta, distante, e si concretizzava con prepotente emozione di fronte ai nostri occhi. La televisione certificava con tutta la sua immediata forza documentatrice la morte in diretta di un essere umano dopo averne seguito l'agonia e alimentato, a fasi alterne, la speranza di una felice soluzione. L'età dell'innocenza catodica tramontava definitivamente. La televisione era arrivata in tempo sul posto, aveva dato l'idea di poter fare qualcosa di decisivo per le sorti di una vita umana, ma aveva fallito. Nello stesso tempo la scienza mostrava davanti alle telecamere tutta la vulnerabilità dei suoi limiti. L'avevamo vista conquistare la luna ma ora non riusciva a salvare un ragazzino caduto in un pozzo. Alla tragedia di Vermicino si è anche inteso addebitare l'origine della spettacolarizzazione televisiva del dolore, considerandola un punto di svolta nella nostra storia mediatica. Non vi è dubbio che la presenza delle telecamere attorno al pozzo e l'accalcarsi disordinato e controproducente di curiosi, gente comune, volontari, giornalisti e politici (accorse anche il presidente della Repubblica Sandro Pertini) seminò i primi germi di una galoppante tendenza voyeuristica. Ma in quell'occasione la televisione si prese più colpe di quelle che aveva. A mente fredda, e a venticinque anni di distanza da quell’episodio, si può ragionevolmente comparare quell'urgenza ineludibile di documentazione su un fatto tanto toccante con tutte le successive occasioni in cui la televisione alimentò cinicamente e spesso gratuitamente la cosiddetta «tivù del dolore» senza che sussistessero le stesse priorità di informazione. I veri guasti, la vera deriva cannibalesca ai danni della pietas e del diritto al pudore sono arrivati dopo, anno dopo anno, e senza le motivate giustificazioni di un caso sui generis come quello di Vermicino.