Vernice fresca sul Pd

L’hanno chiamato Pd, e forse vuole dire «Per Dovere». O forse «Per Disperazione». Di sicuro il Partito Democratico, ancor prima di esistere, è diventato uno straordinario genere comico: non c'è ancora e tutti vorrebbero che fosse un’altra cosa. Non piace il merito, non piace il metodo, non si sentono gli ideali, manca il pathos, i cittadini non vengono considerati e la storia della sinistra viene tradita: così lo descrive chi lo sta mettendo al mondo. Figurarsi gli altri.
A leggere le cronache dei congressi locali di Ds e Margherita, che si sono chiusi in questi giorni, in effetti, si ha un po' la sensazione di guardare l'ecografia della signora Frankenstein. O della mamma di Loch Ness. Tutti considerano inevitabile la nascita, ma quasi tutti temono di trovarsi nella culla un piccolo Alien desiderabile quanto una pentola di minestrone andato a male. Di qui la difficoltà a considerare il lieto evento come davvero lieto. E forse anche come davvero evento.
Per carità, da sempre ogni travaglio è accompagnato da preoccupazioni e tensioni. Ma ecco, in genere, ci sono anche sogni, ideali, speranze, magari paure e drammi, a volte, lacrime e lacerazioni, sofferenze e passioni. Qui, invece, c'è solo uno stanco percorso burocratico, l'ineluttabilità del matrimonio combinato, la grigia ripetitività del dovere coniugale. Non lo fo per piacere mio, ma per sembrare pio. Si parla di Zapatero, Blair, si fanno richiami kennediani: ma il clima generale rimanda piuttosto a un summit tra Cernenko e Andropov nel cielo eterno del Politburo. C'è quell'aria stagnante di bottega molto oscura, decisione presa dall'alto, nomenklatura asfittica che impone le scelte senza nemmeno fare lo sforzo di dimostrare che ci crede almeno un po'.
Tanto è vero che i più accreditati padri nobili del Partito Democratico ne prendono le distanze. Arturo Parisi dice che così si rischia di fare soltanto «l'ennesimo partito». Walter Veltroni addirittura s'è già candidato (fonte: l'Unità) a «garante dei dubbiosi». Non è meraviglioso? Il Pd non è ancora nato, però ha già il «garante dei dubbiosi». Poi nascerà il «comitato degli scontenti», la «corrente dei delusi», il «sottocomitato dei nauseati». Poi, forse, alla fine nascerà anche il partito. Evviva. Ma ci sarà qualcuno contento di farne parte?
No, lo diciamo così, perché, in fondo, di partiti che scontentano gli elettori ne abbiamo già in abbondanza. Volendo provare a farne uno nuovo, sarebbe interessante invertire la rotta. Almeno all'inizio. Perché qui siamo di fronte a un caso insolito: ciò che preoccupa non sono tanto le meste scissioni. Qui preoccupano le meste adesioni. Fateci caso: non c'è slancio, non c'è gioia, non c'è passione. C'è solo una stanca processione, la conta delle tessere, il lento e rituale gesto con cui si timbra il cartellino di una formula studiata in laboratorio e calata dall'alto. Senza che nessuno capisca bene che cos'è il Partito Democratico e a chi serve davvero, oltre che alle ambizioni di Fassino, Rutelli e D'Alema.
In effetti, poi, la verità è che quest'operazione è solo una mano di vernice fresca per cercare di nascondere il desiderio di potere di un gruppo dirigente che finora ha sempre fallito. Sono quelli che hanno dovuto abolire il Pci sotto le macerie del muro di Berlino; quelli che hanno fatto il Pds e l'hanno archiviato in tutta fretta; quelli che sono diventati Ds, ma facendo insieme l'Ulivo e anche un po' l'Unione, perché alla fine per presentarsi alle elezioni devono sempre avere un candidato democristiano. Quelli che restano sempre loro, un po' più incerti e confusi, ma fermi dentro la stessa Cosa, cui cambiano mille sigle forse solo per non chiamarla con il suo nome. E così si arriva a questa malinconica gestazione, questa dolciastra attesa, al ripetere infinito di una sigla così vuota da aver stancato tutti ancor prima di essere vera. Pd: sta per Partito Democratico o per Partito Dopotutto? O veltronianamente per Partito dei Dubbiosi? O forse per Partito dei Delusi? O Per Dindirindina?
Mario Giordano