La vernice tradisce due «concorrenti»

(...) Una frazione di secondo per chiamare i pompieri. Ma vedono anche due persone correre: gridano frasi senza senso, ripetono la parola «orgoglio». Saltano su una Seicento bianca all'ingresso della banchina. L'auto, rubata, verrà abbandonata dopo poche centinaia di metri, in prossimità del ristorante Pescador. Hanno una gomma a terra, mollano il mezzo e si fiondano lungo Via Pilade Queirolo. Anche un pescatore li intravede correre all'altezza del semaforo sul lungomare, mentre le fiamme divampano sul molo. Li troveranno in poche ore, i carabinieri di Sestri Levante, sono titolari di due locali di Sestri Levante, una pizzeria e un bar in via Nazionale. Coincidenze troppo sospette. La macchina non è rubata, è di uno di loro. E offre prove schiaccianti: sui tappetini ci sono tracce di vernice grigia che i due hanno sotto le scarpe e sui vestiti, la stessa contenuta in un barattolo rovesciato nel locale durante il raid. I due, 25 e 31 anni, noti anche per problemi di droga, sono in carcere a Chiavari, la svolta impressa dai carabinieri apre ipotesi più precise sull’attentato. Attentato che poteva trasformarsi in tragedia se non ci fosse stato il tempestivo intervento dei pompieri. Perché l'allarme scatta anche per lo storico ristorante San Marco, sotto lo Schooner: «Mi squilla il cellulare intorno alle 5 - ricostruisce il titolare Roberto Famà - Gli infrarossi di cui è dotato il locale mi segnalavano un'intrusione. Penso ad un ladro, anche perché i lampioni erano spenti e non c'era luce in porto. Mi precipito, dietro ho i vigili del fuoco. Subito chiudono il gas. Il tempo di circoscrivere le fiamme e scoprono che la condotta del gas sopra il tetto del ristorante, rifatta da un mese, è stata segata. Siamo salvi per miracolo, qualche minuto di ritardo e sarebbe esploso tutto». Spazza l'acqua scivolata dallo Schooner. Tirato e rassegnato. Sul posto curiosi, amici. I pescatori si defilano.
Storiaccia. Due soggetti che mettono a ferro e fuoco il locale e si preoccupano di tranciare il tubo del gas? Non solo, gridano, corrono, cacciano pezzi in mare. I cocci non tornano: atti vandalici? Intervento mirato? Poi la gente chiacchiera. «Avranno finito il lavoro». Quale? E perché il gas? Dopo i vigili del fuoco di Chiavari si muovono quelli di Genova e l'ispettore Cocito tenta una dinamica: «Sono entrati rompendo il vetro della porticina. Secondo i rilievi della nostra polizia giudiziaria non ci sono tracce di idrocarburi e acceleratori per il fuoco. Ma potrebbe essere stato usato del semplice alcool, che i nostri strumenti non sono in grado di rilevare. Comunque è evidente che qualcosa hanno sparso a terra per incendiare». Il tutto a ridosso della tragedia di venerdì: «Certo è una concomitanza strana con la disgrazia accaduta» è il suo commento. Sulla banchina i tavolini scaraventati giù dagli incendiari e il rilievo delle impronte. Vetri ovunque, l'odore acre, la consolle divorata dal fuoco e il bar che gronda materia fusa.
I carabinieri della locale compagnia hanno già sentito i testimoni e disposto accertamenti. Ma non si sbottonano neppure dopo aver rintracciato i due sospettati: «È presto - insiste il comandante Fabio Benincasa - Dateci il tempo di esaminare i fatti». Poi le mezze parole: «Le ipotesi sono tante - si lascia scappare qualcuno dell'Arma - Il programma era ambizioso e il locale di fastidio ne dava».
Da Genova arrivano quelli della Scientifica, valigetta alla mano e un'ora di rilievi nel locale che gli amici blindano con i pannelli, gli stessi che venerdì sera Tino aveva montato con alcuni pescatori. Ma uno s'è spezzato e lui è morto in mezzo alla sala battuta dalle onde. Arrivano i nipoti di Barbera, Pippo e Giuseppe. Pippo tiene un profilo basso. Lontano, lontanissimo da conclusioni da trarre. Solo rabbia. Prima l'acqua, poi il fuoco a colpire un uomo e il suo locale. Morena Folli Gallo, socia di Tino, gli occhiali scuri, è con la figlia di lui, Manuela. «Devo avere paura anch'io?» butta lì Morena. Mentre l'altro socio, Massimo Garofano, il «Conte Max», è arrabbiato e lo scandisce che «questo ci fa venire ancora più voglia di non mollare. Scusate, mi sta salendo l'ansia». Si allontana. Gli occhi che s'interrogano e quel dolore che asciuga le lacrime.
Ma Giuseppe si sfoga: «È un segnale forte. Noi andremo comunque avanti - insiste - Continueremo a tenere aperto. Mio zio voleva tirarmi dentro. Io sono cresciuto nei suoi locali, conosco la correttezza con cui lavorava. Mercoledì mi ha raccontato il progetto con Smaila, mi diceva che ne avrebbe parlato tutta l'Italia. E così è stato purtroppo, non come voleva lui però. Ma noi lo porteremo avanti e quanto è successo adesso ci dà una carica in più». Un'operazione che poteva dare fastidio a qualcuno? «Sicuramente più che l'interesse economico, c'era invidia per il ritorno d'immagine».
Nient'altro, c'è da mettere gli ultimi pannelli allo Schooner, la fuliggine copre il rosso dell'insegna. Cercano il cellulare di Tino, forse lo ha ancora nei pantaloni, all'obitorio di Sestri Levante. E la sua Panda è ancora parcheggiata sul molo. Oggi l'urgenza dell'autopsia.