Il vero Feltri lo racconta Feltri

Nel libro intervista con Stefano Lorenzetto, in libreria il 24 novembre, un ritratto inedito e
sorprendente del direttore del <em>Giornale</em>. Che rivela gusti, passioni,
abitudini e tormenti di un uomo suo malgrado sempre al centro della
scena. <a href="/cultura/s/19-11-2010/articolo-id=487984-page=0-comments=1" target="_blank"><strong>&quot;Il Vittorioso&quot;</strong></a>: ecco il libro. <a href="/art.pic1?ID=487988" target="_blank"><strong>L'antiscalfari sale in cattedra</strong></a> di <em>M. Parente
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Mercoledì 24 novembre arriva in libreria Il Vittorioso (Marsilio, pagg. 264, euro 17,50), una biografia-intervista di Vittorio Feltri, scritta da Stefano Lorenzetto, che ha per sottotitolo Confessioni del direttore che ha inventato il gioco delle copie. Per gentile concessione dell’editore, pubblichiamo la prima parte dell’introduzione di Lorenzetto.

di Stefano Lorenzetto 

La sera che lasciò la direzione del Giornale , 6 dicembre 1997, mi regalò una voluminosa cartellina di pelle ne­ra, chiusa da una cerniera lampo co­me le custodie dei breviari. L’aveva pescata sul fondo di qualche cassetto della scrivania appena svuotata. «Aprila», mi disse.

Eseguii e come per incanto si materializzò fra le mie mani un borsone da viaggio di plastica flo­scia, che fino a quel momento era rima­­sto piegato in otto su se stesso. «Ne avrai bisogno», soggiunse col sorriso beffar­do che di solito gli illumina il volto quan­do la battuta calza a pennello. A Renato Fari­na mise in mano un altro ca­deau mai spacchettato: una penna. Mi parve una predesti­nazione: Renato continuerà a scrivere, tu dovrai far fagot­to. Ci rimasi un po’ male: in fin dei conti ero ancora, sia pure per qualche minuto, il suo vicedirettore vicario. Mi abbracciò. Io avevo le lacri­me agli occhi. Lui fingeva di non averle. Vittorio Feltri ancora una volta vedeva giusto.Di lì a set­te mesi avrei avuto anch’io bi­sogno di qualche scatolone, più che di un borsone da viag­gio, per sgomberare l’ufficio. Ciò che non poteva sapere, è che quello stesso 6 dicembre, intorno alle 18, mi ero incon­trato al bar Zucca in Galleria col suo successore designa­to, Maurizio Belpietro, per chiedergli un uni­co favore: mi di­metto, voglio tor­nare a casa mia, la­sciami andare. La vita è strana. A dispetto di quel borsone da viag­gio, in realtà sono l’unico che è sem­pre rimasto fermo nello stesso posto, ad aspettare che i due, Feltri e Belpie­tro, si decidessero a tornare sui loro passi, uno da Libe­ro , l’altro dal Tem­po e poi dal Quoti­diano Nazionale . Ho rivisto il mio direttore dopo 12 anni: io stavo anco­ra al Giornale , a scrivere; lui ci rien­trava, a dirigerlo. Era un altro uomo.Non nell’aspetto:stes­sa ricercata eleganza, stessa cura maniacale del dettaglio, stesso stoicismo nel tenere la giacca abbottonata anche in piena estate sotto il pergolato della trattoria Aurora di Mila­no. Non nell’eloquio: sem­pre vivido, sempre sintetico, sempre trasparente e senza sottintesi, proprio come i suoi editoriali. No, era un al­tro uomo nell’animo. Più pa­cato, più sereno. Dovrei dire più buono, ecco, anche se cat­tivo non lo è mai stato, non po­trà mai esserlo, e non credo proprio che dipenda dal fatto che è un Cancro come me. Mi chiese subito di mia mo­glie. Non l’aveva mai fatto in precedenza.

Sapeva che po­chi giorni prima s’era recisa due tendini della gamba sini­stra in un incidente. S’infor­mò­per dieci minuti buoni sul­le sue condizioni di salute, mi chiese i dettagli dell’interven­to chirurgico, si mostrò solle­vato nell’apprendere che avrebbe ripreso a cammina­re. Poi volle sapere dei miei due figli: nomi, età, studi. Al momento del congedo mi tur­bò: «Salutami tanto tua mo­glie. Ho un debito di maledu­cazione nei suoi confronti». Si ricordava! Non solo degli anni in cui erano caduti i go­verni, dei ministri nei vari ga­binetti della Repubblica, dei risultati elettorali, dei segreta­ri di partito, delle bicamerali, delle congiure di Palazzo, dei ribaltoni, degli inciuci, degli scandali, degli arresti, ché per queste faccende ha sem­pr­e avuto e ha tuttora una me­moria ferruginosa, strabilian­te. No, si ricordava della mia famiglia, di una moglie arriva­ta malvolentieri a Milano con una bimba di 4 anni per ma­no e un figlio di 7 mesi nella pancia; di una nascita che di lì a poco non era stata salutata sulle pagine del Giorna­le co­l consueto tra­filetto “Fiocco az­zurro” che è dovu­to fin­anco ai redat­tori ordinari, quin­di figurarsi ai vice­direttori; di una let­tera che questa moglie, fiaccata dal parto e dalla permanenza in una città ostile, aveva scritto in do­lente solitudine al direttore che ave­va l’unico ma im­perdonabile torto di sequestrare tut­ti i giorni un padre di famiglia dalle 9 di mattina alle 11 di sera. Una lettera gar­bata, rispettosa, nella quale lamentava semplicemente la mancata pubblicazione del­la notiziola sulla nascita del secondogenito, un piccolo gesto di umanità che - mi so­no rimaste impresse solo que­ste parole finali­ «avrebbe fat­to bene a entrambi», a lei e al marito. Una lettera di quelle che i direttori sono abituati a ricevere dai lettori delusi e che solo per questo meritano almeno due righe di risposta in corsivo sul giornale. Inve­ce quella lettera niente, co­me se non fosse mai stata scritta, come se il portalette­re non l’avesse mai recapita­ta. Talché il neopapà s’era ri­solto, 12 mesi dopo, a far pub­blicare sul Giornale , il 7 feb­braio, un’inserzione a paga­mento col seguente testo: «Questa sì è una bella notizia. Giuseppe è con noi da un an­no ». A corredo, un disegno del nucleo familiare che la so­rellina aveva eseguito nel­l’asilo di via Don Gnocchi. Ne era nato un piccolo giallo editoriale, che il settimanale Donna Moderna aveva cerca­to invano di chiarire col titolo «Caccia a un tenero papà». E ora Vittorio Feltri, in mo­do diretto, che è poi l’unico suo modo, chiedeva scusa di quella mancata risposta, par­lava di un «debito di maledu­cazione ». Che gli era mai suc­cesso? Il presente libro-inter­vista è nato in quell’istante. Perché a me, sapete, è solo questo che interessa dell’in­terlocutore che ho davanti: capire che cosa gli agita l’ani­ma, più di che cosa gli passa per la testa. Il cuore dell’uo­mo è un posto libero: puoi edificarci un paradiso o sca­varci un inferno, come recita un proverbio yiddish. Ho sempre avuto un’ambizione: di sondarne i recessi. L’unica abilità che mi riconosca. Credevo – forse l’abbiamo creduto un po’ tutti –che que­sto Feltri fosse un mezzo de­monio, a suo agio tra le fiam­me dell’inferno e sempre pronto a infilzare col forcone il suo prossimo. A un certo punto mia mo­glie stava quasi per convincersi, come Mary Ann Lomax, l’infelice protagonista del romanzo L’avvo­cato del diavolo , che fosse la con­trofigura del luci­ferino John Mil­ton. Ricorderete, ci hanno fatto an­che un film: Mil­ton, famoso prin­cipe del foro, re­cluta in Florida il giovane marito della donna, Ke­vin, un promet­tente avvocato di provincia, e se lo porta a New York a lavorare nel pro­prio blasonato studio legale, offrendogli in cambio un ricco stipendio, un lussuosissimo apparta­mento e una garanzia di cele­brità. «Vanità, decisamente il mio peccato preferito», am­micca un Milton trasfigura­to, mentre nel finale del film tratto dal romanzo assume (guarda caso) le sembianze di un giornalista. «Vanità, tut­ta vanità», aveva commenta­to (guarda caso) mia madre alla notizia che Feltri mi vole­va a Milano come suo vica­rio.

Coincidenze, indizi di que­sto genere. Che però parvero anche a me assumere una qualche sconvolgente consi­stenza quando, nel fastoso appartamento di via dei Fo­scari, affacciato sul galoppa­toio di San Siro, zona predilet­ta dai calciatori di Milan e In­ter, un attico di 300 metri qua­drati con soprastante giardi­no pensile e piscina, una mat­tina d’estate all’alba mia mo­glie e io fummo svegliati da un sordo ronzio. Accendem­mo la luce: nella camera s’era materializzato uno scia­me di calabroni. Da dove ac­cidenti erano entrati se tutte le finestre della casa, dotata di impianto centralizzato per l’aria condizionata,erano er­meticamente sigillate? Ne stecchivi due, a colpi di gior­nale arrotolato, e poco dopo ce n’erano quattro, ne scac­ciavi quattro e diventavano otto. Una scena da polter­geist. Che si ripeté per alme­no una settimana. Fino a quando, dopo un estenuante appostamento, non vidi uno dei grossi insetti bruno rossic­ci affiorare come per incanto dalla sommità della boiserie che foderava fino al soffitto le pareti della camera. Salito su una scala, scoprii che la corni­ce di legno era staccata dal muro sottostante, lasciato al grezzo: i calabroni avevano fatto il loro nido nell’interca­pedine di mattoni, comuni­cante col sottotetto e quindi con l’esterno. La conferma che a Milano le case per mi­liardari sono tutta esteriorità e poca sostanza. E, per mia moglie, che il direttore del Giornale non era né Milton né il Signore degli Imenotte­ri. Per quanto mi sforzi di rovi­stare nella mia mente, non riesco a ricostruire in che an­no cominciai a leggere Vitto­rio Feltri. È come se lo avessi sempre letto. Posso dire la stessa cosa soltanto di Indro Montanelli e di Enzo Biagi, con l’unica differenza che al secondo ho voluto molto più bene che al primo, e dunque ci restai malissimo quando mi raggelò con una frase che equivaleva a un epitaffio: «Feltri ha rubato Il Giornale a Indro». Io ero ingenuamen­te rimasto al Feltri suo colla­boratore nei programmi tv per la Rai, e tra i più coccola­ti. Invece la sola circostanza che il suo ex pupillo fosse en­trato a far parte della fami­glia del Cavaliere era bastata a fargli capovolgere il giudi­zio. In quell’occasione non ebbi il coraggio di rivelare a Biagi che Feltri mi aveva as­sunto al Giornale .