Il «vero» Islam che ignora scontri di civiltà

Sergio Noja Noseda

L’elezione di Keith Ellison, il primo musulmano arrivato al Congresso degli Stati Uniti d’America e le sue dichiarazioni dopo la campagna elettorale possono essere un concreto segnale di una svolta nella questione, che tanto nacque sgraziata quanto ha riscosso un successo planetario, della «lotta delle civiltà». I segnali sono deboli ma ci sono.
La smentita, correttamente pubblicata dal Corriere, delle affermazioni riportate dal suo articolista nel servizio «Ispezione e cavilli contro gli insegnanti cattolici», smentita firmata dal responsabile dell’istituto salesiano «Don Bosco» e dall’ambasciatore d’Italia in Egitto, porta a pensare che sia non solo molto «di moda» parlar male dell’Islam ma che sostanzialmente sia un atteggiamento pagante. Non sempre arrivano le smentite. C’è veramente da chiedersi se non sia il caso di ridefinire, per fare un solo esempio, gli aggettivi.
Un aggettivo più banale di «moderato», in una lingua ricca come l’italiano, era difficile trovarlo. Esso è stato tranquillamente introdotto nella nostra stampa da chi non ha l’italiano come «madre lingua» e il quale, mancandogli questa sensazione diretta ha pedissequamente copiato l’inglese «moderate». A parte la questione linguistica, secondo chi usa questo aggettivo, il miliardo e mezzo di musulmani nel mondo si dividono chiaramente in «moderati» e «terroristi».
Anche se ci sono aggettivi migliori come «islam normale», un bell’aggettivo, che ha tutte le possibilità d’avere un successo definitivo, è stato lanciato dal cardinale Poupard nel suo ultimo discorso in materia: «Vero islam».
Questo «vero islam» è un magma in continuo movimento - si può andare da «evoluzione» a «involuzione» serenamente - qua e là nell’immenso territorio che esso occupa.
C’è uno strano parallelo che la matematica e i movimenti statistici possono aiutare a comprendere: la lingua cinese. È un dato di fatto, peraltro poco noto, che i cinesi non si capiscono l’un con l’altro quando parlano se non sono proprio della stessa zona geografica. Ed è comprensibilissimo: un miliardo e mezzo di persone non possono parlare la stessa lingua, cosicché un cantonese non capisce chi è di Pechino senza parlare dei Mongoli, degli Uiguri o dei Tibetani. Ma c’è un simbolo di unità ed è la scrittura con la sua struttura ideografica. L’ideogramma stilizzato di un omino per «maschio» e quello di una donnina per «femmina», permettono da almeno cinquemila anni, di capirsi perfettamente.
E così è per l’Islam: un’unica coperta: la professione di fede nell’Islam, nel suo Profeta e nel Corano, avvolge tutti. Poi quello che c’è sotto la coperta varia di luogo in luogo, di tribù in tribù.
Ironia della storia: siamo stati proprio noi occidentali, occupando militarmente i loro territori, a cercare di unificare il sistema standardizzandolo sull’Islam, diciamo ufficiale, anche se da un continente all’altro gli indigeni delle terre berbere e i loro correligionari di Sumatra hanno continuato a vivere secondo i loro costumi e il loro diritto sotto la coperta corta della sharia, la «legge divina», tanto citata da noi, dagli Imam in malafede e massimamente dai neoconvertiti.
Basti un esempio d’oggi: la nostra stampa ha correttamente riportato che qualche giorno fa una donna in Arabia - ove sulla carta impera la sharia - era stata condannata per esser stata sorpresa con l’ex marito. Ebbene il loro matrimonio era stato sciolto d’ufficio perché lo sposo aveva dichiarato di appartenere ad una certa tribù - e quindi poteva sposarsi, secondo la legge tribale, con chi apparteneva a una tribù amica di quella della sposa - mentre invece era risultato essere originario di un’altra. La coperta stretta non ha funzionato.
Vi sono centinaia di milioni di buoni musulmani che non conoscono né la «lotta delle civiltà», né l’aggressione dell’Occidente i quali neppure lontanamente pensano a conquistare l’Europa. Sorge il dubbio che, come nel pensiero di Spengler con il suo «Tramonto dell’Occidente», queste idee siano nate nel nostro inconscio e che il «Vero islam», quello citato dal cardinale Poupard, abbia sì un suo risveglio religioso, sociale e politico ma si limiti alla volontà di essere di nuovo protagonista sulla scena mondiale.