«Il vero obiettivo era il centro Da mesi riceviamo minacce»

«Poteva andare peggio. Da mesi riceviamo minacce da gruppi di estrema destra. La polizia ne è al corrente, ma non sono stati presi provvedimenti per tutelare la nostra sicurezza».
Hamid Zariate, 24 anni, marocchino ma residente in provincia di Biella e laureando in medicina, parla benissimo italiano. Chiamarlo vice imam o vice responsabile della moschea di Segrate sarebbe improprio, soprattutto in considerazione della personalità forte del vero imam di Segrate, Abu Shwaima. Diciamo che Zariate sostituisce Shwaima mentre lui è in vacanza, cura la preghiera del venerdì e ha le chiavi per aprire e chiudere il centro.
Lei sostiene di aver visto distintamente un uomo italiano lanciare una molotov contro la sua auto, circondata da sacchi con materiale infiammabile e, poco dopo, un’altra molotov che raggiungeva una finestra del Centro. I carabinieri dicono invece che lei può aver visto al massimo una sagoma perché c’era troppo buio e si trovava a oltre 25 metri di distanza. E poi loro, resti di molotov non ne hanno trovati...
«Erano almeno due, sono sicuro. E a bordo di un monovolume. Quali resti avrebbero trovato i carabinieri, allora?».
Hanno rinvenuto dei rimasugli di contenitori di plastica. Ma niente vetro, niente petardi, niente liquido infiammabile intorno all’auto... Come fa, poi, a essere così convinto di non essere lei l’obbiettivo dell’attentato, ma il centro culturale? Questa moschea è nota da sempre proprio per le sue frizioni interne.
«L’obiettivo era il centro islamico e l’attentato è frutto della campagna di odio antislamico fomentata da chi sostiene che le 365 moschee in Italia sono tutte covi di terroristi».