Il vero problema: la sua inesperienza

Chiunque affermi oggi che alle elezioni del primo martedì di novembre vincerà sicuramente il candidato democratico, Barack Obama, dice una sciocchezza. Una buona parte degli elettori non ha ancora preso una decisione definitiva. Meglio, l'ha presa per quanto riguarda l'elezione di deputati e una parte dei senatori, ma non per il candidato a presidente. Di probabile c'è oggi una forte vittoria al Congresso del partito democratico, che sfrutta la crisi economica e politica del partito repubblicano, legata anche alle recenti decisioni di salvataggio economico prese da George W. Bush, ritenute da molti elettori repubblicani e indipendenti un tradimento del liberismo economico, peggio, un salvataggio di pochi che costerà a troppi. Ma la disgrazia del partito repubblicano non porta automaticamente con sé la vittoria del candidato presidente. Non solo perché gli americani scelgono spesso di separare le due maggioranze e i due poteri, basta ricordare che Bill Clinton governò senza maggioranza per otto anni, ma perché le valutazioni dei due personaggi sono complesse e sfumate, e il giovane, nonostante il vantaggio nei sondaggi, non ha ancora sfondato e forse non riuscirà a farlo. L'altro invece è vecchio e un po' usurato, ma è un uomo stimato e rispettabile che potrebbe svolgere credibilmente il ruolo di comandante in capo, carica presidenziale alla quale gli americani tengono e credono. Che cosa farebbe invece Obama nel caso di una crisi internazionale? Una sciocchezza dopo l'altra, come a suo tempo capitò di fare a Jimmy Carter, il democratico che sarà ricordato come il peggior presidente degli Stati Uniti? Non è una domanda da poco. Che dire della capacità di Barack Obama di occuparsi del fondamentalismo musulmano, lui che dell'odore di una educazione in madrassa non si è mai liberato, e che ancora di recente, parlando in televisione, ha detto «la mia fede musulmana», invece di cristiana? Su tutto domina la sensazione della scarsa esperienza di un neosenatore che non ha né storia a Washington né negli Stati da amministratore. Sono gli stessi ostacoli di cui parliamo da quando è cominciata questa strana campagna elettorale, ma Obama non ha dissipato i dubbi.