Il vero russo che fece la rivoluzione su un carro armato

Boris Eltsin, addio all'artefice del postcomunismo. Capopopolo, restauratore, liberatore: ha avuto tanti volti quasi tutti imprevedibili. Ma fu lui a seppellire l'Urss

Boris Eltsin, russo: questo dovrebbero scrivere sul suo monumento funebre. Non è certo che esso sarà imponente come egli meriterebbe e come la storia dovrebbe imporre. Gli autocrati che lo hanno preceduto, Stalin, Krusciov, Breznev, Andropov, Cernienko, hanno tombe e lapidi basse su un muro esterno del Cremlino, gli zar riposano nelle chiese. Grazie a Eltsin tutti, anche l'ultimo, Nicola II, assieme alla sua famiglia. Il mandante dell'eccidio, Lenin, è il solo ad avere tuttora un mausoleo che però non è una tomba. Nessuno di costoro e praticamente nessuno degli zar che li hanno preceduti e degli altri uomini (e donne) che insieme a loro hanno governato e dominato la sterminata Russia è stato in verità un russo. Dal Cremlino o da San Pietroburgo hanno dominato la terra che prende il nome da Rus, un conquistatore vichingo, uno scandinavo, stranieri di sangue o di educazione o di idee odi abitudini, spesso anche di lingua: zarine tedesche, rivoluzionari di professione georgiani, gerarchi ucraini, ministri di stirpe germanica, generali baltici. E, naturalmente, khan tartari, monarchi e aristocratici che fra di loro parlavano francese, diplomatici nati in Svezia o in Grecia, intellettuali ebrei, sgherri polacchi o lettoni. Infine, funzionari di una ideologia, prodotti artificiali di ritorte culturali apatridi quando non straniere. Uomini sovietici, fino a Gorbaciov incluso

Con Boris Eltsin è salito al potere in Russia finalmente un russo, di sanguee carattere, virtù e vizi, generosità e intemperanze, di spontaneità e di rozzezza. Un uomo con la faccia da russo, con la pronuncia che agli stranieri è parsa spesso simile alle nostre caricature del russo, dalla corporatura atticciata come un russo, dagli occhi strizzati di un russo, dalla capigliatura di patriarca russo, avido come un russo dei piaceri immediati e corporei della vita, dalle donne alla vodka. Più difficile da capire, nella sua immediatezza che non escludeva le astuzie del vecchi apparatchik, dei reggitori che lo avevano preceduto e che tutti in qualche modo portavano sul volto una maschera occidentale, fosse il cosmopolitanismo aristocratico, il rivoluzionarismo messianico, il marxismo-leninismo germanico. Un mugiko, un figlio della terra.

Viene dagli Urali, da Ekaterinenburg, la città intitolata alla Grande Caterina e poi bollata dai bolscevichi con il nome di Sverdlovsk. È il ragazzo di provincia che un giorno smonta a mani nude una bomba a mano per vedere cosa c'è dentro e ci rimette due dita; il cui naso è sfigurato per sempre in una rissa di villaggio; l'adolescente quasi morto di tifo per aver voluto esplorare la foresta paludosa; il vagabondo che gira per l'Unione Sovietica senza un rublo in tasca e ai poliziotti che lo fermano racconta che è per fare visita alla «nonna che sta in via Lenin», tanto ce n'è una in ogni città o villaggio. Ma sboccia a Mosca: diventa deputato nella prima elezione della perestroika, a candidato non unico, con un plebiscitario 90 per cento dei voti, che ritroverà quasi interamente nel ballottaggio della sua ultima rielezione presidenziale (l'83 per cento a Mosca).

Mosca e la Russia intera lo scelgono come primo leader liberamente eletto nella storia di secoli, quando ancora esiste l'Urss e al Cremlino abita Gorbaciov ed è in funzione un Soviet Supremo eletto alla vecchia maniera. Emerge del tutto con i vertiginosi eventi del 1991. Gorbaciov è prigioniero di golpisti mediocri e disperati che sognano una restaurazione. Eltsin dice no. Alza la bandiera della Russia, si arrampica su un carro armato davanti al disarmato sito del suo potere, «vede» il bluff dei nostalgici, mette sul tavolo le proprie carte, li costringe alla resa con parole semplici e gonfie che tutto il mondo ascolta. Dichiara morto il passato, tutto il passato. Fa liberare Gorbaciov in Crimea e lo riporta a Mosca esautorato quasi quanto i golpisti. Una settimana dopo Eltsin proclama l'indipendenza della Russia, distruggendo di fatto l'Unione Sovietica.

L'ammaina bandiera del dicembre 1991 chiude una storia durata quasi tutto un secolo e ne apre una nuova. Da presidente di una nazione riscoperta e tuttora più vasta della terra, da statista, Eltsin non è all'altezza delle sue gesta di rivoluzionario. Oscilla, inciampa, conosce momenti di profonda impopolarità, si impegna in una prova di forza con i comunisti in Parlamento che non sa risolvere che a cannonate. Le sue riforme economiche procedono a zig zag, i ministri entrano ed escono dalla comune. Il fisico di Zar Boris si deteriora ancora più rapidamente della sua immagine. Egli soffre di dolori alla schiena e alla gamba in conseguenza di un incidente aereo in Spagna nel 1990 e di dolori al petto causati dalle arterie occluse. Tira innanzi trangugiando anestetici con la vodka. In due anni quattro attacchi cardiaci e un quintuplo bypass seguito da una polmonite. È logoro come può esserlo un maschio russo della sua età. Sessantacinquenne, ha già vissuto otto anni di più della media. Rimane ancora al potere tre anni e mezzo, fra un ricovero e un altro in clinica, fra un vertice planetario e, dicono, l'incontro carnale con una segretaria su un carro armato. È una fola: non perché non avesse più il coraggio per arrampicarvicisi sopra, ma semplicemente perché non ce l'avrebbe fatta.

E tira il bilancio di sé alla vigilia dell'ultima notte del secolo. Sei ore prima della mezzanotte convoca nel suo studio l'ennesimo primo ministro che aveva scelto per aiutarlo, Vladimir Putin e gli comunica la sua decisione di dimettersi immediatamente e di trasferirgli i poteri. Boris Eltsin è stato tante cose quasi tutte imprevedibili. È stato l'anti Lenin, l'autore della rivoluzione che ha cancellato la Rivoluzione. È stato l'anti Stalin, il distruttore del comunismo contro il Costruttore del Comunismo. È stato il restauratore e il liberatore a un tempo. Gerarca del Pcus per 56 anni della sua carriera, avviato a essere il continuatore di quegli autocrati rossi, ha ispirato, poi sospinto, poi completato e infine obliterato l'opera di Mikhail Gorbaciov. Ha presentato la democrazia al suo immenso Paese con il gesto meno democratico che in sé ci possa essere: arrampicandosi su un carro armato. Ha cercato per nove anni di governare un impero che aveva ereditato dagli eredi del più totalitario tra i sistemi di governo, e naturalmente c'è riuscito male.

È affondato in una vecchiaia accelerata dalla salute malferma e dagli stravizi e resa più amara dagli scandali. Ha visto, senza poterlo impedire, la Russia affondare a sua volta, a tratti, nei debiti e nel disordine. Però le ha garantito un dono prima di lui impensabile: un decennio di elezioni libere, non fra le più oneste del pianeta ma democratiche e (tranne che nella Cecenia secessionista) senza ombra di violenza. Si è cercato tenacemente un erede, a lungo e invano, prima di convincersi di averlo trovato in un ex agente del Kgb, la polizia segreta del regime che lui, Boris Eltsin, aveva abbattuto. Dopo aver dato a molti l'impressione di essere incollato alla poltrona del potere se n'è alzato in anticipo con apparente sollievo