Il vero scontro elettorale è tra il Cavaliere e Di Pietro

Berlusconi replica agli insulti dell'ex pm: "Ha una laurea non valida". Il leader dell'Italia dei valori: "Nel '94 mi offrì l'Interno"

«Sei un mascalzone!», «E tu un bugiardo!» Tonino e il Cavaliere, fino all’ultimo sangue. È tutta la campagna elettorale che i due si inseguono in ogni piazza d’Italia, con il piglio epico di un’ossessione. Forse in assenza di Walter Veltroni - che polemizza con il suo avversario senza citarlo mai, in ossequio al suo dogma buonista - è quello fra Antonio Di Pietro e Silvio Berlusconi, il vero duello-cardine di questa campagna elettorale. Grida Tonino: «Berlusconi è l’unico bugiardo, anzi è un mascalzone. Mi aveva offerto il ministero dell’Interno e io rifiutai. Ho le prove». E il Cavaliere da Porta a Porta: «Mai offerto niente, Di Pietro è un bugiardo e del resto non ha una laurea valida».

La querelle del giorno nasce intorno all’offerta che nel ’94 Berlusconi avrebbe fatto a Di Pietro per invitarlo a partecipare al suo governo. Ricorda l’ex Pm: «Mi telefonò per incontrarmi - dice invocando testimoni - dagli uffici della presidenza della Repubblica. Con me c’era un colonnello dei Carabinieri, ora generale, che all’occorrenza potrà testimoniare». Di Pietro già si sente in tribunale: «Molti saranno i testimoni chiamati nella causa che intenterò per le accuse, le contumelie, le ingiurie e le diffamazioni che Berlusconi mi ha rivolto». Al che, il leader azzurro spara: «Mi rivolgo al ministro della Pubblica Istruzione perché sottoponga a custodia sicura le carte che riguardano la sua laurea, e quello di Giustizia perché faccia lo stesso.

Di Pietro non ha mai presentato il diploma originale di laurea ma solo certificati diversi uno dall’altro per data degli esami e per voti ottenuti. Faceva la mia stessa università ma giocava a calcetto la sera e nel week end andava a sciare. Lavorando è impossibile che uno così possa finire l’università e prendere i 28».

La conclusione è drastica: «È un bugiardo». Come si vede, l’oggetto della polemica evapora quasi subito e si fa puro pretesto, il conflitto tra le due opposte antropologie diventa il centro del contendere. Di Pietro è il poliziotto che si è fatto Pm, poi si è reinventato politico; Berlusconi l’imprenditore che continua a dichiararsi estraneo al teatrino della politica. Il primo ipergiustizialista; il secondo ipergarantista. Eppure entrambi sono uniti, incatenati allo stesso anello di destino, sono i due possibili destini emersi dal cataclisma di Mani pulite, entrambi sono le due possibili facce del nuovo in mezzo al panorama politico: entrambi hanno dato la scalata alla seconda Repubblica, dopo essere emersi dallo sfacelo della prima. Per dire. Dietro le quinte di Annozero, nei primi giorni di campagna elettorale, l’ex Pm era quasi contento delle accuse del Cavaliere: «Eh, eh... se è vero che rischiavo di scomparire, devo dire grazie a lui, per la campagna elettorale che mi sta facendo».

La solita sincerità spiazzante del Tonino nazionale, che, con la sua furbizia contadina, si è sempre preoccupato di rinfocolare l’antagonismo, quando sembrava che Berlusconi si occupasse di altro. Mentre non c’è comizio, in nessuna piazza d’Italia, in cui Berlusconi non evochi Di Pietro come si fa solo con una figura letteraria, con una liturgia quasi teatrale. In un punto esatto del suo comizio, il Cavaliere si raccoglie per un attimo, e poi invoca il boato del pubblico: «Veltroni - ha chiesto a Catania - si è alleato al peggio del peggio, del peggio, del peggio... Lo sapete chi?». Pausa teatrale, e il pubblico azzurro viene giù dagli spalti: «A Di Pietroooooo Buhhhh!». Allora Berlusconi sorride soddisfatto: «Avete indovinato». E Di Pietro: «Berlusconi dimostra un’ignoranza abissale in diritto, e qualcuno farebbe bene a spiegarglielo, perché il pm non arresta mai ma è il giudice che dispone la reclusione». E il Cavaliere: «Il suo è il vero partito delle manette». Sono 15 anni che l’Italia assiste a questo duello senza rete.

Questo è davvero l’ultimo round. Ed è vero che Di Pietro usa Berlusconi. Ma alla fine anche Berlusconi usa Di Pietro come una pietra miliare per tracciare i confini della sua visione politica. Da una parte lui: dall’altra lo spettro di Mani pulite.