«È vero, sono figlio d’arte: alla Camera arrivai a 6 anni»

Enrico, l’erede di Raffaele Costa, esordì in Aula da bambino, accompagnato da Pannella

Giancarlo Perna

«Benvenuto», mi dice Enrico Costa, neodeputato di Forza Italia, quando entro nella vecchia villa dove vive coi genitori su una collina tra Mondovì e il Santuario di Vicoforte. «Ciao», mi saluta a sua volta un pappagallo grigio con spiccato accento piemontese. È impettito nella grossa voliera al centro del salotto come se fosse lui il re della casa.
«Parla come tuo padre», dico a Enrico riferendomi all’arcinoto Raffaele, già deputato per otto legislature e ora presidente della Provincia di Cuneo.
«Il pappagallo è il suo cocco», dice il trentaseienne Enrico, un ragazzone con gli occhi chiari e le basette alla Rodolfo Valentino sui capelli rapati a zero. «Cocco», ripete il cocorito con la voce baritonale di Costa padre. Dal fondo, oltre il piano a coda, arriva il cip cip di una centuria di mini volatili appollaiati in un’altra uccelliera.
«In giardino staremo in pace», dice Enrico e usciamo sul prato. Un Sanbernardo che stava appisolato al sole, si erge dietro una betulla e viene a farmi le feste col testone. Un Samoiedo, cagnone bianco siberiano, si solleva anche lui da una siepe vicino al campo da tennis. Lancia uno sguardo verso di noi e si riaccuccia indifferente.
«È vecchio. Non gli interessa più nulla», lo giustifica Enrico e sediamo a un tavolo tondo da giardino.
«Sei uno sportivo», dico accennando al campo da tennis con i bordi pieni di rose.
«Oltre al tennis mi piace la palla a pugno. Sono presidente nazionale della Federazione», dice Costa jr.
«Palla a pugno?».
«Antico e seguito sport piemontese, ignoto altrove. Si gioca due contro due, lanciando a mano una palla. Impossibile spiegarti. Va visto», dice il giovanottone, camicia a quadretti e maniche rimboccate.
«Riepilogando. Sei neo deputato e presidente della Palla a pugno. A 20 anni consigliere comunale di Mondovì. A 25 consigliere della Provincia di Cuneo. A 30 assessore della Regione Piemonte. Nuovamente consigliere regionale nel 2005. Non sei mai stato giovane».
«Sono riuscito a diventare avvocato e a fidanzarmi», ride Costa jr, noto a Mondovì come l’onorevolino.
«Uscito tuo padre da Montecitorio, sei entrato tu. È nata una dinastia politica?».
«Dinastia implica un automatismo. Spero invece di essere stato eletto più per quello che ho fatto, che per discendenza diretta».
«Seconda dinastia di ceppo monregalese, dopo quella dei Giolitti: il grande Giovanni, nonno, e Antonio, nipote».
«Giovanni Giolitti è un faro della provincia cuneese. Si deve a lui se l’idea liberale è così forte da noi. Ma temo di sminuire la memoria di Giolitti, paragonandolo ai Costa».
«Sublime modestia, condivisa da Raffaele?».
«Abbiamo entrambi il senso del limite», afferma.
«Alla Camera hai esordito con un tipico discorso raffael-costiano: meno Stato. Te lo ha rivisto lui?».
«Ne abbiamo parlato molto prima. Abbiamo un humus comune. Ho sempre seguito l’attività di mio padre, fin da piccolo», dice.
«Cioè?»
«Avevo sei anni quando fu eletto la prima volta nel ’76. Mi portò con sé a Montecitorio il giorno inaugurale. Alla buvette conobbi Pannella. Mi prese per mano e mi fece visitare l'Aula. Fu subito “zio Marco”. Da allora, ho con lui un rapporto affettuoso».
«Concordi con tuo padre su tutto?».
«Parzialmente. Lui, ex ministro della Salute, ha, per esempio, il pallino della Sanità. Tema importante, ma come altri. Un politico non deve fossilizzarsi, ma spaziare. Se hai valori di fondo - attenzione al cittadino, meno Stato - li applichi in ogni campo».
«In che ti distingui da lui, politicamente?».
«Lui ha una nostalgia dei partiti che io non ho».
«Li consideri superati?»
«Sono combattuto. Ho visto alle elezioni politiche come un uomo solo, Berlusconi, è riuscito a fare tutto. Però, alle regionali del 28 maggio, con un partito forte avremmo probabilmente fatto meglio».
«Pensi alla batosta di Buttiglione a Torino?».
«Era un candidato sindaco di ripiego. È stato scelto perché toccava a uno dell’Udc, dopo la candidatura di Moratti, Forza Italia, a Milano e di Alemanno, An, a Roma. Ma Buttiglione era estraneo a Torino. Né la Cdl, nemmeno la stessa Udc, divisa al suo interno, hanno dato l’anima per sostenerlo».
«Forza Italia a Torino ha dimezzato i consensi. Il coordinatore, Guido Crosetto, è all’altezza?».
«Lo è. Sono legatissimo a lui. Se ha un difetto, è di essere troppo generoso e volere accontentare tutti», dice mentre in casa squilla il telefono e il pappagallo ripete: «Pronto, pronto», prima che qualcuno risponda.
Intendi fare qualcosa per fermare la frana di Forza Italia in Piemonte?
«Farò quel che mi dice Crosetto. Conosce le mie caratteristiche».
Quali sono?
«So stare tra la gente, creando rapporti con gli amministratori e i cittadini. Come stratega, invece, mi fregano».
Il trionfo del sindaco ds Chiamparino a Torino a che è dovuto?
«Alle Olimpiadi invernali. Il sindaco è andato ovunque a farsi applaudire. Si è preso gli onori, tacendo il lavoro fatto dalla precedente giunta regionale Cdl di Ghigo e i miliardi elargiti dal governo. Né lui, né la governatrice del Piemonte Mercedes Bresso, né il presidente dei giochi, Castellani, tutti ds, sono così sportivi da riconoscere i meriti altrui».
Il Cav è un ingenuone?
«Un sognatore, ma che trasforma i sogni. In realtà se ne va per la sua strada. Come ha fatto dando l’impronta alla campagna elettorale, infischiandosi delle critiche. Se tutti lo avessero seguito, avremmo vinto».
Come lo hai conosciuto?
«Prima delle elezioni, sono andato da lui con Crosetto. Stupefacente. Anche parlando con l’ultimo dei consiglieri, dedica tutto se stesso, senza distrarsi con telefonate o altro. Ha un vero ordine mentale».
Nel 2001, promise a tuo padre un ministero che poi non gli ha dato.
«Il ministero per la Semplificazione legislativa. Promise in buona fede, ma nella distribuzione delle poltrone, hanno prevalso altri appetiti».
Sei rimasto male?
«Penso che, essendo il leader, avrebbe potuto imporsi. Anche Berlusconi ha i suoi nei».
Offrì invece un posto di governo che a tuo padre non piaceva e lui non andò a giurare.
«Cercai di convincerlo in tutti i modi in base a quello che mi aveva insegnato: se scrivi una lettera arrabbiato, mettila nel cassetto. Se l’indomani ti piace ancora, allora spediscila».
Raffaele si è mai pentito?
«Troppo orgoglioso. Né lui, né io siamo capaci di trattare per noi stessi».
Cosa pensi del Cav?
«È un leone. Si è visto dopo la sconfitta del ’96 e nelle ultime elezioni. Segue il suo istinto combattente e tutti si devono accodare. Inoltre, è uno che guarda sempre avanti per costruire».
Si è incaponito a non collaborare con Prodi & Co.
«La sinistra, prima si fa i fatti suoi eleggendo le massime cariche dello Stato, poi chiede collaborazione. Sarebbe un legarsi, senza avere riconoscimenti all'altezza della nostra forza».
Potrebbe soffrirne il Paese.
«Soffrirà solo per l’immobilismo di una maggioranza piena di contraddizioni. D’accordo solo nello smontare, incapace di costruire».
Prodi reggerà cinque anni?
«Difficile cada prima. Ha vinto le primarie, non potranno cambiarlo in corsa. Temo anche una campagna acquisti nel centro destra».
Tra i singoli o i partiti?
«Più per aree territoriali. Nessuno del Nord si farà irretire. Ma nel Centrosud, chissà».
Vogliono bloccare la Tav in Val di Susa.
«Un problema più che piemontese, internazionale. Il ministro delle Infrastrutture, Di Pietro, è uno deciso. Speriamo riesca a imporsi».
Senti Napolitano come il «tuo» capo dello Stato?
«Lui è il presidente della Repubblica. Non ho condiviso la scelta, ma penso sarà migliore di Scalfaro».
Il comunista Bertinotti presidente della Camera?
«Rispetto Bertinotti. La sinistra lo ha eletto per imbrigliarlo. Da segretario di Rifondazione comunista era più pericoloso. Da presidente della Camera è legato».
La grazia a Sofri annunciata dal Guardasigilli, Mastella?
«Sulla grazia, posso essere d’accordo. Ma è inconcepibile che sia stato il suo gesto inaugurale».
Vuole anche bloccare la riforma giudiziaria per compiacere i giudici.
«Con decreto, come se ci fossero la necessità e l’urgenza richieste dalla legge. Mastella ha molto da imparare. Pensavo avesse doti di equilibrio per arginare il giustizialismo della sinistra. Invece, va in direzione opposta».
Se il centrodestra perde il referendum sulla devoluzione, la Cdl si sfalda?
«Chi conosce la riforma, la apprezza. In ogni modo, se il governo aumenta tasse e blocca cantieri, la Cdl non deve avere paura di niente. Più tempo passa, più tornerà in auge».
Il Cav, a 70 anni, avrà ancora voglia di tirare la carretta?
«Forse non ha voglia. Ma ci ha tanto entusiasmati col suo traino nella campagna elettorale, che deve continuare. Lo deve agli italiani che ha galvanizzati».
Chi dopo il Cav nella Cdl?
«Non c’è che lui. È il nostro collante».
Partito unico della Cdl?
«La vedo dura. Ma bisogna gettare il seme».
Di quale alleato ti fidi meno?
«Mi fido di tutti. Alcuni sospettano l’Udc. Ma, a parte casi personali, si è comportata lealmente e può avere un ruolo importante».
Pensi in futuro di fare l’outsider come tuo padre?
«Sì. Vorrei un ruolo limitato, ma nel quale sia riconosciuto come il migliore».
Non vuoi essere un leader?
«Non mi sento il capo di una nomenklatura, ma un politico tra la gente».