A Verona la bancarotta dello sport

Non solo calcio, l’annata nera coinvolge nel disastro anche pallavolo, rugby e basket

nostro inviato a Verona
E neanche l'anno prossimo il derby con il Chievo, neppure adesso che la squadretta del quartierino è ritornata in serie B. Non c'è nulla che rode di più ai tifosi del Verona Hellas. La retrocessione in serie C, abbandonata nel 1944, significa stare ancora un gradino sotto il Chievo, retrocesso a sua volta dalla serie A. In un mese sul Bentegodi è passato uno schiacciasassi che ha triturato l'unica città di provincia con due squadre ai vertici del calcio. Una lapide sull'ultima anomalia del pallone tricolore.
Il Verona ha vinto uno scudetto, il Chievo è stato la squadra dei miracoli balzata dalla C2 alla Coppa Uefa. Negli ultimi dieci anni la Scaligera Basket (sponsor Glaxo, Mash, Muller) vinceva Coppa Italia, Coppa Korac e Supercoppa italiana e la Pallavolo Verona veleggiava tra serie A1 e A2 arrivando due volte ai playoff scudetto. I fratelli Valbusa facevano incetta di coppe e medaglie olimpiche nello sci di fondo, Paola Pezzo stupiva il mondo sulla mountain-bike, Damiano Cunego trionfava al Giro d'Italia. Ora calcio, pallavolo (Marmi Lanza) e rugby (Cus Verona) hanno perso la serie A in due mesi, il basket è fallito, Cunego se la passa maluccio e Valbusa non è riuscito neppure a farsi eleggere in consiglio comunale da capolista di Alleanza nazionale con il centrodestra al 60 per cento. Un anno tremendo. Della Verona che primeggiava nello sport italiano restano soltanto le gesta di Alberto Castagnetti, commissario tecnico della nazionale di nuoto.
Ma il vero crollo è quello del calcio che marcia spedito col passo del gambero. In venti giorni due retrocessioni. Ha cominciato il Chievo, che ora si toglierà di dosso il buonismo da cui è stato avvolto per sei anni. La favola bella, il miracolo, il mito di una società che con due tifosi e quattro soldi gioca a viso aperto contro le grandi, non fischia mai gli avversari, raccoglie simpatia in tutta Italia e un numero di abbonati Sky che tutti assieme starebbero tranquillamente seduti al bar della Pantalona, tradizionale ritrovo dei fedelissimi. Applausi tanti e incassi zero, la strada maestra per illudersi e finire male anche se, come ha fatto il Chievo, si combatte alla morte. Sembrava che la squadra si fosse consolidata in serie A: da quest'anno sulle maglie non appariva più lo storico marchio del pandoro Paluani ma un trittico a rotazione di ricche realtà economiche veronesi (Banca popolare, Cattolica assicurazioni, gruppo Ferroli). Sembrava, appunto. Ma ogni favola finisce, tutti i sogni sono destinati a svanire, e stavolta non c'è stato il lieto fine.
E non c'è stato nemmeno per il Verona. Ventidue anni fa lo scudetto di Bagnoli, di Elkjaer e Briegel, di Tricella e Di Gennaro, di Fanna e Galderisi. Cinque anni fa la condanna alla B con il primo maledetto spareggio. L'altra sera l'ultima marcia indietro, dopo la disastrosa gestione di Giambattista Pastorello, una campagna acquisti sciagurata e un campionato incolore. Non sono bastati i soldi messi dal nuovo presidente, il conte Pietro Arvedi d'Emilei, un imprenditore simpatico e coraggioso che fra due anni compie 80 anni e si divide tra il Garda (vigne e alberghi) e la Serbia (battute di caccia nella Vojvodina). A differenza del Chievo, Arvedi è stato lasciato solo. Ma il risultato non è cambiato.
Non sono bastati neppure i 25mila ultras che l'altra sera hanno riempito il Bentegodi e, al fischio finale, mentre sul campo i giocatori stramazzavano in lacrime, sono rimasti ritti sugli spalti ad applaudire e invocare «Hellas Hellas». Cercano di consolarsi pensando che dall'inferno della C sono già passate (e uscite) altre scudettate: Bologna, Genoa, Napoli. I tifosi avevano già allestito un pullman scoperto per portare in trionfo i giocatori, e in piazza Bra era pronto un barbecue gigante con 10mila bistecche da grigliare. Ma sulle braci è rimasto il calcio veronese. E altro che braciole e costine: saranno anni di vacche magre.