Verona, che tonfo! Dallo scudetto allo spettro della C2

L’ottantenne conte Arvedi, pronto a vendere. «Ma chiede gli stessi soldi che servirebbero a comprare l’Udinese, non è possibile», dice il sindaco

nostro inviato a Verona
Domenica 4 novembre, mentre combattenti e reduci commemoravano i caduti in guerra e le famiglie italiane facevano il giro dei cimiteri, i poveri resti delle Brigate gialloblù accompagnavano l’agonia del fu Hellas Verona intonando «Io credo, risorgerò» dalla curva dello stadio di Padova. In fondo, sono parole di fiducia. Ma nell’aldilà. Perché l’aldiquà, per la squadra che 22 anni fa portava lo scudetto cucito sul petto, oggi è una lapide senza fiori. Ultimo in C1, sette punti in 12 partite, la miseria di 6 gol segnati, un’unica striminzita vittoria per 1-0 con una rete casuale segnata al 94’ da un ragazzino delle giovanili, Gianni Vriz, classe 1989, figlio d’arte.
Anni luce dallo scudetto con Bagnoli, i gol di Galderisi ed Elkjaer, le folate di Fanna, le acrobazie di Garella, le randellate di Briegel. Ma sembra un altro mondo anche dall’Hellas di solo poche stagioni fa, che un anno retrocedeva in B e l’altro tornava in A, sempre però combattendo alla morte. Ora il Verona ha dimenticato come si segna, come si vince, e forse anche come si pareggia; l’orgoglio sembra perduto, e le locandine dei giornali già chiedono di salvare almeno l’onore perché la retrocessione in C2, dopo un terzo del campionato, appare ineluttabile.
«Io credo, risorgerò»: non resta altro. I tifosi, quelli, non mollano. Diecimila abbonati in C1 sono quasi un record, va bene i prezzi popolari (100 euro per la mitica curva sud) però il Chievo in serie B ne raccoglie meno della metà. Manca tutto il resto: la domenica il Bentegodi è come un teatro pieno di spettatori dove va in scena il nulla. Il presidente, il conte Pietro Arvedi, è un signore di 80 anni che per tutta la vita ha coltivato due passioni: il vino sulle colline del Garda e la caccia nelle tenute serbe della Vojvodina. Con un atto di generosità un anno e mezzo fa ha comprato la società da Giambattista Pastorello, che nessuno a Verona ricorda con piacere.
Ipotecando con le banche anche l’ultimo fazzoletto di terra, da tifoso Arvedi si è reinventato presidente dell’Hellas. La prima scelta non è stata memorabile: come direttore sportivo è arrivato Beppe Cannella, ex ds della Salernitana, e subito sono scoppiate le polemiche per i suoi legami con Pasquale Casillo. Per risparmiare i soldi del residence, Arvedi aveva preso Cannella in casa sua. Dopo qualche settimana era saltato l’allenatore Ficcadenti. Era stata la volta di Ventura. Tra mille fatiche il Verona sembrava avviato verso la salvezza, ma un crollo finale l’aveva costretto ai play-off con lo Spezia. Perse la prima partita dopo averla dominata, e pareggiò senza reti la seconda. Serie C. Non vi giocava dal 1942.
Cannella non trovò di meglio che vendere i giocatori migliori e lanciare il Verona con una frase-boomerang: «Saremo la Juve della serie C1». Dopo poche giornate disastrose ha fatto le valigie, e con lui il tecnico Colomba. Il nuovo staff (allenatore Pellegrini e ds Prisciantelli) è stato preso di peso dalle giovanili gialloblù, ma non è cambiato granché: gli 11 in campo sembrano marionette senza fili. Arvedi assicura che a gennaio, quando riaprirà il calciomercato, farà man bassa di campioni. Peccato che fra due mesi sarà già cominciato il girone di ritorno e la rimonta potrebbe essere impresa proibitiva.
La città chiede al conte di passare la mano e tornarsene a vigne e fucili. Lui pretende gli stessi soldi versati a Pastorello, ma oggi il Verona non li vale. «Arvedi non può domandare, per cedere l’Hellas, tanti soldi quanti ne servirebbero per acquistare l’Udinese», ha detto l’altro giorno il sindaco Flavio Tosi. Ma l’uomo non molla, è «roba sua», sembra il Mazzarò di Verga. E intanto corrono le voci di una fusione con il Chievo. I maligni dicono che è tutto calcolato, una città di provincia ormai non può reggere due squadre di alto livello, ma che le Brigate gialloblù potrebbero digerire l’aggregazione soltanto in punto di morte. Di questo passo, sarà questione di mesi.