Verona città simbolo della riscossa, il Polo vuole evitare il ballottaggio

La domanda che tutti si fanno, l’unico vero interrogativo, è se il
leghista Flavio Tosi ce la farà o no già al primo turno. Il che è un
mezzo miracolo, pensando a un mese fa: tre candidati sindaco (Tosi,
Meocci, Castelletti), l'Udc che ruba consiglieri ad An, Lega accusata
di voler spaccare l'alleanza. Nel 2002 a sorpresa vinse l’Ulivo grazie al sostegno della Curia

Verona - La domanda che tutti si fanno, l’unico vero interrogativo che si rincorre dai tavolini di piazza Bra ai banchi di piazza Erbe, è se il leghista Flavio Tosi ce la farà o no già al primo turno. Il che è un mezzo miracolo, pensando a un mese fa: tre candidati sindaco (Tosi, Meocci, Castelletti), l'Udc che ruba consiglieri ad An, Lega accusata di voler spaccare l'alleanza. E' planato Silvio Berlusconi nella villa di Aldo Brancher sul lago di Garda, ha fatto un passo indietro Alfredo Meocci (l'ex direttore generale Rai sarà vicesindaco in caso di vittoria), tutti uniti dietro l'assessore regionale alla Sanità che compirà 38 anni il 18 giugno, è stato battezzato l'erede di Giancarlo Gentilini - l'ex sindaco sceriffo di Treviso - e ha già detto i primi due «no» a Berlusconi: niente cravatta e niente faccia rasata. Sulla cravatta, è stato Silvio ad adeguarsi.
I sondaggi, anche quelli fatti dai Ds, piazzano Tosi fra 48 e 52%, una decina di punti sopra il primo cittadino in carica, l'avvocato ulivista Paolo Zanotto, quello che nel duello ha più da perdere. Cinque anni fa celebrò una vittoria storica quanto fortunata, quando il sindaco uscente Michela Sironi al culmine di altri contrasti lasciò Forza Italia regalando i propri consensi al centrosinistra. È figlio di uno dei padri della Verona del dopoguerra, Giorgio Zanotto, sindaco democristiano e presidente della Banca popolare. Nel 2002 la strada gli fu spianata dalla Curia e dai litigi degli avversari, al punto che da allora, per indicare una catena di fesserie da non replicare, nel centrodestra si dice: evitiamo un'altra Verona. Lo ripete anche il Milan, che qui perse due scudetti all'ultima di campionato. «Fatal Verona».
Per Zanotto jr è il momento della verità. Nel suo quinquennio il nome della città è stato tenuto alto non da lui, ma dalle imprese delle banche scaligere: la Popolare che cresce e la Fondazione Cassa di risparmio che diventa il primo azionista di Unicredit-Capitalia. La sua permanenza a Palazzo Barbieri sarà ricordata per i rincari di Ici e tassa rifiuti, per le non-scelte su traffico e viabilità, per le gesta stravaganti (in gommone sull'Adige, in bici, in marcia nella Straverona, a cavalcioni sui simboli della mostra del Mantegna, al volante dei bus). Il voto di oggi e domani è un referendum con rischio di bocciatura doppia: al giudizio negativo sull'operato si unirà la conferma che nel 2002 non era stato lui a vincere, ma Pierluigi Bolla (lo sfidante del centrodestra) a perdere.
La gara è accaparrarsi il voto moderato. Zanotto ha sacrificato l'alleanza con Rifondazione e ora ha trasformato in «udienza» un breve dialogo con il Papa in Vaticano, dove la Fondazione Arena ha suonato l'oratorio Resurrexi. Ma il vescovo, che a Zanotto aveva concesso una larga apertura di credito (basta riguardare i risultati nei seggi dei conventi), stavolta ha assunto una posizione bipartitica ammonendo i candidati a garantire «sicurezza e apertura, difesa e accoglienza» in città.
Tosi, leghista dai tempi del liceo classico, gode di larga popolarità, frequenta poco i salotti-bene e molto i mercati rionali. Alle regionali del 2005 ha conquistato il record di preferenze da Torino a Roma: 28.120. Il governatore Giancarlo Galan gli ha assegnato la delega più pesante della giunta, la sanità, l'80 per cento del bilancio veneto. Ed è difficile trovare un primario o un farmacista che parli male dell'assessore Tosi. I guai giudiziari come militante del Carroccio (condanna a due mesi per discriminazione razziale, ora in Cassazione «perché so di aver ragione») paiono quasi medaglie al valore: «Prendere dello sceriffo o del razzista non mi spaventa se saprò di avere la gente dalla mia parte».
Gli altri 9 candidati si spartiranno le briciole. Fanno corsa a sé Rifondazione e gli ex forzisti legati a Giorgio Carollo, rappresentanti vari della vita sociale veronese, la destra di Forza Nuova, gli eredi di Giorgio Panto, una faccia nota come Fabio Testi che dopo una carriera da attore rubacuori capeggia i Cattolici liberali cristiani per la pace. E anche Laurella Arietti, all'anagrafe registrata come Lodovico e fino a due anni fa uomo anche nell'aspetto. Una transessuale che incarna al meglio il nome della sua lista: «Cambiare si può».