Verona, massacrati a martellate in casa

Si cerca un giovane moldavo, sparito dopo l’omicidio, che frequentava la coppia. Dietro il delitto forse un movente
sessuale. L’assassino ha infierito con
violenza colpendoli alla testa. Lui pensionato 60enne, ex titolare di una piccola impresa di
imbiancatura, lei casalinga di 56 anni

Lugagnano (Verona) - Sono stati uccisi in pieno giorno, prima che le ombre della sera scendessero sulle quiete strade di questo paese ai bordi della pianura. Sono stati uccisi con ferocia, ma nessuno li ha sentiti gridare. Accanto ci sono altre ville, forse mentre morivano i bambini sciamavano ancora dall'asilo nido poco distante. Ma nessuno ha visto nulla. Sono passate molte ore prima che l'unico nipote di Gigi Meche e Luciana Rambaldo trovasse il coraggio di entrare in villa insieme ad un amico. E li trovasse: lei in camera da letto, seminuda, col volto sfigurato dai colpi. Lui nella cantinetta, vestito, forse legato, ucciso da una grandinata di colpi sulla sommità del cranio inferti con un'arma, forse un martello, che non è stata ritrovata.

Pochi minuti più tardi le sirene dei carabinieri hanno illuminato la notte di Lugagnano, nuova stazione della lunga via crucis di una regione martoriata da violenze di questo tipo, tutte uguali e tutte un po' diverse.

Lo schema è il solito, ma stavolta forse la storia è davvero diversa. Lo schema è il solito perché ci sono due coniugi sereni e benvoluti, la loro villa con i segni non nascosti del benessere, il muro di cinta stuccato di fresco, la piccola piscina, le finestre senza inferriate, l'avviso cave canem che minaccia gli agguati inesistenti di un cane morto da tempo; e c'è anche l'ombra consueta dello straniero di turno, il ragazzino moldavo che fino all'altro ieri ridipingeva il cancello della villa, che entrava e veniva nella casa dei coniugi Meche, e che dopo il delitto è sparito improvvisamente nel nulla. Ma la storia è forse diversa perché non c’è l'ombra di un movente, nulla appare che sia stato rubato, nessuna porta forzata, la cassaforte intonsa. Non è una razzia in villa, insomma. «Non c'è traccia di rapina - dice il colonnello Claudio Cogliano, comandante dei carabinieri veronesi - anche se la certezza che nulla manchi non l'abbiamo ancora». E non si intravedono nemmeno i cupi scenari familiari visti altre volte: i Meche erano una coppia senza figli, con un solo nipote che poi è quello che li ha trovati morti. E se qualcuno volesse avere dei dubbi su di lui, a fugarli basta guardarlo in faccia, ieri sera, mentre implora un abito per rivestire i corpi martoriati. E allora?

E allora perché nonostante tutta questa anomalia, questa assenza apparente di spiegazioni possibili, il clima tra gli investigatori sembra ottimista? Perché qualcuno - a mezzavoce ma con decisione - dice ai giornalisti venuti da fuori «non andate via perché potrebbero esserci presto delle novità»?. La risposta sta nel lavoro che dalla mezzanotte e mezza di mercoledì, ora ufficiale di inizio del caso, i carabinieri hanno fatto. Dentro la villa e soprattutto fuori dalla villa, un lavoro meticoloso per ricostruire il ritratto dei morti: il ritratto del loro ultimo giorno di vita ma anche la loro storia personale, familiare, le abitudini, le passioni. Un lavoro faticoso e probabilmente impietoso, ma indispensabile. È questo lavoro a fare sì che in questo momento la pista privilegiata sia quella di un delitto scaturito in un contesto di libertà sessuale, in cui quello che poteva essere un gioco o poco più, un normale rapporto tra consenzienti, sia degenerato nel modo peggiore. Di questi giochi il giovane moldavo sparito nel nulla - «avrà avuto vent’anni, piccolo, magro e non parlava mai» lo descrive una vicina di casa - era forse protagonista, forse testimone. E poi chissà cosa è successo.

Luigi Meche - ma tutti lo chiamavano Gigi - d'altronde era sì veneto, sì alpino, ma di un tipo particolare, lontano dal cliché dell'omaccione pronto al bicchiere e all'imprecazione. Aveva fatto l'imbianchino e a 60 anni appena fatti si era ritirato in pensione nella bella villa di via Tirso, ma non aveva perso la passione per la vita. Organizzava le squadre di ragazzini, lavorava alle feste di paese, dava una mano dovunque servisse. Lei, Luciana, elegante, chiacchierina, brillante. Le loro ultime ore di vita le hanno trascorse nel centro commerciale Grande Mela a fare la spesa. I carabinieri hanno passato al setaccio i filmati delle telecamere del centro commerciale cercando qualcosa di preciso. Un incontro. Una terza persona che incontra i Meche e va via con loro. E che li accompagna verso la silenziosa, accogliente villa imbiancata di fresco.