Veronesi gioca a dadi ma con la vita degli altri

«Quando inizia la vita?». «Quando inizia la vita dell’essere umano in quanto persona?». «A partire da quando possiamo dire che un embrione, o un feto, è un individuo e, come tale, titolare di diritti propri?». Sono le domande che il professor Umberto Veronesi ha disseminato sul settimanale femminile Grazia, in una rubrica chiamata ottimisticamente Pensiero forte. Scrivo «ottimisticamente» in ragione del titolo apposto alla medesima: «Quando comincia la vita? Appena il cervello inizia a pensare». Se ne deduce che per l’illustre oncologo migliaia, anzi milioni di deficienti, che non hanno mai pensato in vita loro – e non mi riferisco soltanto agli sventurati accuditi con amore al Cottolengo e in altri istituti consimili – andrebbero esclusi dal consesso umano con effetto immediato. Per fortuna l’ex ministro della Sanità è nato nel 1925 e a Milano, combinato disposto che gli ha impedito di diventare Plenipotenziario per la Salute del Terzo Reich al posto del dottor Karl Brandt, medico personale di Adolf Hitler nonché autore dell’Aktion T4, il progetto di eutanasia che portò alla soppressione di 70.273 disabili psichici giudicati «inadatti alla vita» appunto perché incapaci di pensiero alcuno.
«Giuridicamente non esistono diritti finché non si nasce, cioè fino al momento in cui non si è fuori dall’utero materno», annota quasi compiaciuto il professore, rimasto fermo a un’interpretazione restrittiva e superata dell’articolo 1 del codice civile. Sbagliatissimo. Sono trascorsi 57 anni da quando la magistratura italiana prese in esame per la prima volta la tutela di una personalità futura, anche in assenza di una capacità giuridica. Vi è una sentenza della Cassazione che sancisce l’obbligo di risarcimento per le lesioni inferte al concepito con atti illeciti commessi nel periodo prenatale. In particolare al nascituro è stato riconosciuto il diritto al risarcimento del danno biologico, del danno patrimoniale per la lesione della capacità lavorativa e del danno morale. Il tribunale della mia città, per esempio, già nel 1990 ha disposto che venissero liquidati a un bambino questi tre diversi danni, patiti per imperizia medica durante un parto cesareo ritardato. Ad analoghe conclusioni sono pervenuti i tribunali di Milano e di Ascoli Piceno.
Certo, questi non son tempi per aspettarsi un pronunciamento della Suprema Corte che difenda il più inviolabile dei diritti umani: quello alla vita. Ma per il momento contentiamoci. Forse a salvare l’umanità provvederanno le donne, che sono nate per portare il mondo. E infatti sono state 13 donne, non 13 uomini, a depositare in Cassazione, nel corso della XII legislatura, una proposta di legge d’iniziativa popolare, corredata da 200.000 firme, che modifica così l’articolo 1 del libro primo del codice civile: «Ogni essere umano ha la capacità giuridica fin dal momento del concepimento». Ne consegue che i figli non possono più essere ammazzati nel ventre materno. Pensate che una legge siffatta abbia qualche probabilità di passare in Parlamento?
Nel frattempo l’oncologo Veronesi propone su Grazia di fissare il momento in cui inizia la vita partendo «dal principio speculare, cioè il termine della vita, su cui l’etica ha più a lungo discusso e su cui qualche posizione comune è stata assunta», visto che «anche per la Chiesa cattolica la fine dell’esistenza coincide con la fine dell’attività del cervello». Ma come? Non era ateo? Perché tira in ballo la Chiesa solo quando gli fa comodo? Dovrebbe sapere bene che dal 1968 in poi su questa scottante materia la gerarchia cattolica s’è limitata a fidarsi (improvvidamente) delle assicurazioni offerte dalla lobby trapiantistica, finalizzate unicamente al procacciamento di organi da espiantare a cuore battente, come mi ha peraltro confermato una risposta datami dal cardinale Angelo Scola quando gli ho fatto osservare che nel 1975 l’accertamento di morte cerebrale avveniva in un arco di 12 ore, mentre oggi siamo scesi a 6, e la legge autorizza persino gli infermieri a eseguire l’elettroencefalogramma: «Questo è sbagliato», ha reagito con sorpresa il patriarca di Venezia. «Un recentissimo documento del Santo Padre ribadisce il dovere di rilevare i cosiddetti segni di morte in modo oggettivo, radicale, incontrovertibile. Ogni morte, come diceva Rilke, dev’essere personale, ci mancherebbe altro...».
Invece di basarsi sui pareri dei preti, perché Veronesi non si rifà piuttosto ai riscontri scientifici ottenuti dai suoi colleghi? Gliene cito uno a caso: il professor Gaetano F. Molinari, che è stato direttore del dipartimento di neurologia della George Washington University Medical Center di Washington, e studia la faccenda da 46 anni, e ha condotto per il Nincds (National institute of neurological and communication disorders and stroke) un’indagine su 503 pazienti in morte cerebrale (Collaborative study of brain death, Bethesda national institutes of health publications, numero 81-2286, 1980, pagine 1-32), dalla quale si evince che non esiste, non esiste affatto, una batteria sicura di test che ci possa garantire circa il decadimento totale e irreversibile delle funzioni encefaliche. In altre parole «non è possibile verificare se la diagnosi formulata anteriormente all’arresto cardiaco mediante un qualche gruppo o sottogruppo di criteri sia invariabilmente correlata con una diffusa distruzione del cervello». Soltanto l’autopsia è decisiva al riguardo, e il professor Molinari ne ha avuto conferma da 146 necroscopie eseguite su persone decedute per neuropatologie. Ergo, qualsiasi limite orario per l’osservazione della cosiddetta morte cerebrale appare, se non arbitrario, quantomeno insufficiente.
Ciò nonostante l’ex ministro della Sanità suggerisce di assumere come valido e universale proprio il parametro dell’elettroencefalogramma piatto che per legge autorizza l’espianto di organi da corpi ancora caldi in cui sono presenti le funzioni vitali: «Se trasferiamo questo principio all’inizio della vita, potremmo pensare di collocare questo momento quando inizia una prima forma di attività cerebrale, cioè due o tre settimane dopo la fecondazione». Due o tre? Ma che significa? Che modo di ragionare è mai questo? Solo i bambini ci riescono. Due cocuzze. E perché due cocuzze? E quante sennò? Tre cocuzze. E perché tre cocuzze?
O è vita o non è vita. O comincia a 14 giorni o comincia a 21. O è uomo o è materiale biologico. O è destinato alla nascita o è condannato all’aborto. O ha diritti propri inalienabili o si può vendere, donare, manipolare, trasferire da un utero all’altro, vivisezionare, centrifugare, farne cavia da laboratorio e serbatoio di cellule staminali. Non riesce a decidersi, professore? E allora si attenga al principio di precauzione fin da subito. Né un minuto prima, né un minuto dopo.
Umberto Veronesi pare non rendersi conto che oggi non sarebbe qui a giocare a dadi con le vite altrui se non vi fosse stato un tempo, per lui come per tutti noi, in cui ebbe precisamente due settimane. Non «due o tre». Prima due, poi tre. Cerchi di ricordarsene, invece di atteggiarsi a Grande Cocuzzaro dell’Universo.
Stefano Lorenzettostefano.lorenzetto@ilgiornale.it