Versace: porterò Armani in Senato

L'imprenditore-parlamentare: "La mia campagna per la nomina a vita ha già raccolto 200 firme, tutte bipartisan. Perfino il suo "rivale" pannella è d'accordo. Lui e noi altri della moda abbiamo fatto amare l'Italia nel mondo"

«La vita comincia a 60 anni» dichiara Santo Versace lasciandosi cadere con grazia sulle ginocchia e rimanendo come sospeso a mezz’aria, la schiena dritta, un lampo divertito negli occhi chiari. In realtà l’imprenditore calabrese alla Camera dei deputati per il Pdl nell’attuale legislatura, usa una sedia antalgica svedese che essendo nera e priva di schienale, scompare sotto alla monumentale scrivania in radica di rose.

Sopra questo straordinario pezzo di modernariato disegnato da Gio Ponti come tutti i mobili dell’elegante ufficio milanese del fratello di Gianni e Donatella Versace, fa bella mostra di sé una copia di Panorama aperta - guarda caso - sulla pagina in cui si parla della sua nuova compagna: Francesca De Stefano, nata il 10 novembre 1969, a Reggio Calabria come lui ma quando lui era già laureato da un anno in Economia e commercio. «Ho compiuto 21 anni per la terza volta» taglia corto Versace ammettendo di aver chiesto la separazione legale dalla moglie Cristiana e di passare la maggior parte del suo tempo a Roma dove vive la giovane avvocatessa calabrese. Innamorato e felice, l’onorevole non dimentica comunque i suoi impegni politici.

Ha intrapreso una campagna perché il presidente Napolitano nomini Armani senatore a vita. Ce la farà?
«Continuano ad arrivarmi complimenti da tutte le parti per l’iniziativa, ho già raccolto 200 firme di adesione. Ermete Realacci del Pd è stato tra i primi a firmare, ma subito dopo ha firmato Mario Baldassarri del Pdl, il presidente della commissione Affari e finanza con cui stiamo lottando per eliminare l’Irap».

Maurizio Lupi, vicepresidente della Camera ha detto che non si strappa le vesti…
«Invece la senatrice Anna Bonfrisco è talmente entusiasta che vuole presentare la candidatura al Senato. Anche Margherita Boniver la pensa così, per non parlare di Michela Vittoria Brambilla. Se qualcuno deve strapparsi le vesti per una cosa del genere preferisco che lo facciano delle belle signore. Ma perfino Pannella mi è sembrato d’accordo con questa idea».

Perché Pannella dovrebbe remare contro?
«Non userei questa espressione, ma in ogni caso Giacinto Pannella detto Marco è l’altro candidato alla carica. Roberto Giachetti mi ha spiegato di aver già firmato per lui e quindi di non poter firmare per Armani».

Ne ha parlato con Berlusconi?
«No, purtroppo non ne ho avuto occasione».

Pensa sia d’accordo?
«Me lo auguro, per il made in Italy sarebbe molto importante. Dobbiamo rivendicare la nostra eccellenza, proteggerla e darle lustro. Armani è un simbolo di tutto ciò, nessuno ha fatto tanto quanto lui per togliere all’Italia quell’odiosa immagine sintetizzata dalla celebre copertina pubblicata da Der Spiegel nel 1977: il piatto di spaghetti "condito" da una P38».

Se il premier non fosse d’accordo lei cosa farebbe?
«Continuerei ad appoggiare la candidatura di Armani. In casa nostra siamo tutti dei rivoluzionari fatti e finiti. Il nonno materno era un anarchico socialista talmente noto che durante il ventennio, quando a Reggio Calabria arrivava qualche gerarca fascista in visita oppure il duce in persona, i poliziotti lo prelevavano da casa e lo lasciavano in prigione fino al giorno dopo la partenza del notabile di turno».

La sua proposta piace più a destra o a sinistra?
«Guardando i nomi dei firmatari posso dire che per ora alla Camera hanno aderito circa 90 del Pdl, una ventina del Pd, quattro della Lega, due dell’Idv e uno dell’Udc. Invece al Senato su 21 nominativi ne vedo 17 del Pdl, due Pd, uno Lnp e uno Udc. All’inizio si era sparsa la voce che Armani fosse di sinistra per cui alcuni colleghi del Pdl erano perplessi. A tutti ho risposto che non so di quale colore politico sia, che sarei molto stupito se fosse rosso, ma anche in questo caso sarei convinto lo stesso: Giorgio Armani è il candidato ideale, nessuno merita questa carica quanto lui».

Sua sorella Donatella cosa ne dice?
«Entusiasta. Mi ha detto che dovevo pensarci subito, il giorno dopo essere stato eletto».

Se fosse vivo suo fratello cosa direbbe?
«Scommetto la stessa cosa: bravo Santo».

Eppure non erano grandi amici, anzi…
«Non erano nemici, rappresentavano due scuole di pensiero diverse per non dire opposte. Però si trattava di un’opposizione intelligente e costruttiva tanto che un mese dopo la morte di Gianni, Armani dichiarò di sentirne la mancanza».

Cosa le ha detto dopo questa sua mossa?
«Lui in persona niente. Ho parlato e parlo con Roberta Armani che mi ha detto di non aver mai visto lo zio tanto felice ed emozionato. Del resto so che ha scritto biglietti di ringraziamento a tutti i deputati di Piacenza che hanno appoggiato la candidatura da Tommaso Foti a Massimo Poletti della Lega».

A proposito di Lega, è vero che ce l’hanno con lei per la sua proposta di legge sull’abolizione delle province?
«Gli amici della Lega lo sanno: abolendo le province risparmieremmo 17 miliardi l’anno. Dobbiamo razionalizzare la gestione politica del Paese, se le aziende lavorassero come il Parlamento sarebbero tutte fallite. In questa legislazione siamo 630 deputati e 315 senatori quando ne basterebbero 300 alla camera e 100 al Senato. Anche questa è una cosa che ho proposto. Sarà dura, ma da qualche parte bisogna pur cominciare a snellire la cosa pubblica, altrimenti non ne usciamo vivi».

Lei alla Camera e Paolo Zegna vicepresidente di Confindustria: se Armani diventa senatore a vita questa potrebbe passare alla storia come la prima legislatura in cui la moda entra davvero nelle stanze del potere politico…«Sarebbe solo ora: per anni la moda ha pagato il saldo della bolletta petrolifera italiana».

Qualcuno dice però che la moda lava più bianco, ovvero che il riciclaggio del denaro passa anche da certe boutique vuote di clienti e piene di costose collezioni. Lei che ne pensa?
«Se sta parlando delle disgustose illazioni fatte dopo la morte di mio fratello vorrei ricordare che abbiamo fatto causa vincendola a chiunque abbia infangato la sua memoria e quella dell’azienda. Ho passato cinque anni a lottare come una belva nei tribunali di mezzo mondo. Per esempio a Mondovì dove si è svolto il processo contro Gianni Barbacetto, autore di un libro che riprendeva le teorie di Frank Monti, un millantatore condannato dall’alta corte di Sydney, mi sono sentito chiedere dal presidente del tribunale se avevo qualcosa da aggiungere. Ho risposto di essere molto triste perché ho un grande rispetto della cultura, ma avevo dovuto querelare un giornalista per difendere l’onore della mia famiglia che aveva già vissuto una grande tragedia».

Secondo lei perché circolò questa voce?
«Per razzismo. Se Gianni Versace fosse nato a Piacenza come Giorgio Armani oppure a Biella come Ermenegildo Zegna, nessuno avrebbe parlato di mafia, Barbacetto non avrebbe osato dire certe cose. È un razzista e non ho paura di dirlo: risulta nei verbali del processo. Purtroppo non è il solo. Nell’autunno del 1997 il signor Minoli mandò in onda un’intervista a quel gran farabutto di Frank Monti girata davanti a casa Casuarina. Per fortuna accettai di rimanere in contatto telefonico e quando al termine di quella puntata di Mixer il giornalista mi ha chiesto se avevo ascoltato tutto, risposi: "Sì dottor Minoli, ma quest’uomo non ha mai conosciuto mio fratello, non ha mai lavorato per noi, tutto quello che dice è spazzatura come del resto mi sembra la sua trasmissione, arrivederci e grazie". A Reggio Calabria quando uno fa una figuraccia simile si dice "sciacqualattughe". Se non riesci neppure a lavar bene l’insalata, meglio star fuori dalla cucina».