Versace sui vu’ cumprà: "Troppi falsi, faccio causa"

La maison milanese si costituisce parte civile nel processo a un ambulante che vendeva falsi. Dietro a lui c’è la mafia <br />

Dai e ridai, prima o poi doveva succedere. Doveva succedere che arrivasse il giorno in cui anche a Golia gli sarebbero girate. Sempre tutti lì a ricordargli che è un filisteo, ma soprattutto ad accusarlo di essere cattivo, quando la sua unica colpa è una questione di taglia: è grande e grosso. Quindi... Come non bastasse, gli stessi che lo attaccano sono altrettanto immancabilmente pronti a prendere le parti del solito Davide. Tifano per lui comunque, a prescindere dalla realtà delle cose, perché così si è sempre fatto. Nemmeno che quel soldo di cacio fosse la Nazionale.
La notizia è che questa volta a Golia gli sono girate per davvero. E ha deciso di reagire. Per farlo, ha però messo giù la clava, ha dimenticato di avere quei bicipiti e si è mosso come aveva annunciato di voler fare da tempo: in punta di diritto. Uscendo dalla metafora biblica, la notizia è che la casa di moda Versace, gigante del made in Italy da 280 milioni di euro di ricavi (previsione per il 2011), si è costituita parte civile contro il signor Ba Amadou Tiane, senegalese, di professione venditore ambulante - sì, il Davide in questo caso è lui - nelle strade e nelle piazze dell’Agrigentino. L’accusa nei confronti dell’africano è di truffa e falso aver messo in vendita capi d’abbigliamento con i marchi di importanti griffe tra le quali, oltre a Versace, spiccano Dolce & Gabbana, Louis Vouitton, e altre ancora. Tutti ovviamente tarocchi.
Pare che l’odierno Golia sia determinatissimo nel voler condurre fino in fondo questa battaglia. In quanto simbolica. Parte cioè di una guerra combattuta su un fronte più vasto (quello contro l’industria dei falsi è un conflitto ormai mondiale) e con una prospettiva di durata che oggi è difficile da definire. Sarà una guerra lunga, maledettamente lunga, questo è sicuro. Forse non avrà nemmeno mai fine. Sta di fatto che, proprio per dimostrare quanto alla maison milanese stia a cuore la questione, i suoi avvocati hanno inviato al giudice monocratico di Agrigento, titolare del procedimento, la richiesta di un rinvio dell’udienza per poter prendere parte al dibattimento. Richiesta peraltro già accolta e soddisfatta, con il risultato che il processo riprenderà il 20 aprile con le parti al completo presenti in aula.
Dietro la notizia in sé - che comunque non mancherà di far discutere sui giornali e in tv - appare chiaro come il gruppo Versace non ce l’abbia in particolare con il signor Ba Amadou Tiane. Il suo fagotto di cianfrusaglie Made in Chissadove, aperto e richiuso in fretta sui marciapiedi a ogni minimo stormire di vigile urbano, ci parla soltanto della sua fame e della sua necessità di sopravvivere. Il Davide del paradosso iniziale in realtà non è lui. E tantomeno il povero Ba potrebbe essere scambiato per un Golia.
C’è però un gigante, dietro di lui. Quello sì, grande grosso e cattivo. E si chiama Crimine Organizzato. Perché il mercato delle false griffe, in un Paese che su quelle originali ci campa, oltre a produrre Pil e creare posti di lavoro, è una brutta bestia che nei soli primi sei mesi del 2010 ha visto il sequestro di 60 milioni di pezzi fasulli. Cifra che la dice lunga - supponendo che i capi sequestrati siano la punta dell’iceberg - su quale sia la potenza di fuoco produttiva e malavitosa di questo comparto. Ovvero quanti di più possano essere i tarocchi effettivamente venduti.
A poco pare siano servite fino a ora anche le multe (forse solo minacciate) nei confronti di chi acquista capi di vestiario o altri articoli palesemente contraffatti. Con il risultato che la crescita del falso in Italia, nell’arco di poco più di un ventennio, è stata del 1850%, un tasso da inflazione centramericana, con l’ulteriore perdita per l’Erario di 5 miliardi di euro di entrate. Un disastro. Quello sì autentico, mica una patacca.