Versciaghin, una fisarmonica che zampilla gioia e fantasia

La sorpresa comincia al primo suono: Oleg Versciaghin tocca la fisarmonica (il bayan russo, tutto bottoni, senza tastiere) e ne esce il canto d’una voce intima. Niente in comune con la cara bella tradizione festevole italiana. Continua ascoltando l’ampiezza delle sonorità, la fantasia dei colori, la drammatica o eccitante potenza delle vibrazioni. Vershaghin suona Bach e Scarlatti e il barocco maturo di quei grandi zampilla fantasia; si avventura nelle variazioni «Ah, vou dirai-je Maman» e il pezzo elegante dei pianisti si trasforma in una sfida, una lotta virtuosistica strepitosa con oasi di toccante tenerezza. Si cimenta con l’avanguardia provocatrice, nei gesti fra soffio e rumore e memoria d’arcaiche armonie di Sofia Guibaldulina, ed il pubblico sta soggiogato e partecipe. Anche domenica mattina, alla Triennale di Milano questo ragazzo russo con l’aspetto idealizzato del poeta che la sua musica conferma, folla, applausi, meraviglia e simpatia.