Versi e canzoni ecco un ’900 da antologia

Vanni Pierini è un curioso poeta, filosofo e sognatore, che dopo essere stato per anni un acceso sindacalista rosso, prima e dopo il fatidico Sessantotto, si è poi rimesso più che opportunamente a scrivere versi e quando può organizza fortunati festival musicali con l'ambizione di scovare e lanciare - hai visto mai - voci nuove nel mondo della canzone. Forse soltanto un tipo così poteva pensare di tirar fuori un filo conveniente dalla congerie a valanga di poeti italiani, più o meno laureati, che nel secolo appena passato hanno speso parole e sentimenti al cospetto di traumi, rivolgimenti socio-politici, conflitti, speranze e illusioni collettive di una intera nazione (Foglie della memoria. L'Italia del Novecento nella poesia del Novecento, Ediesse editrice, Roma 2006, pp.730, euro 22). L'antologia - curata su commissione per il centenario della CGIL - ha un titolo chiaro e ambizioso che concede però ben poco alla retorica di parte. E per ciò la lettura assorbe come una avventura salgariana che associa motivi dell'alta cultura a quelli che hanno forgiato e abituato nel tempo il nostro «orecchio nazionale». Tutto il dramma di un secolo - due guerre mondiali, la dittatura, la lotta partigiana, il «miracolo economico», fino agli «anni di piombo» - risuona di voci che si intercalano o si oppongono in una sorta di imprevedibile ma non incongruo ritratto di famiglia.
E così il motivo «rosso» dell'Inno dei lavoratori (parole di Filippo Turati) si lega disinvoltamente ai canti «tricolori» - con D'Annunzio, Govoni, Soffici, Jahier, Ungaretti e Marinetti che esaltano le imprese coloniali di Libia o la guerra del '15-'18 - e a quelli «in camicia nera», cioè ai versi arcitaliani e fascisti di Curzio Malaparte, Vincenzo Cardarelli e perfino del giovanissimo Pietro Ingrao (1934) allora sincero aedo popolaresco della neonata Littoria (Sabaudia) dopo la bonifica delle paludi Pontine. Abbiamo detto che Pierini non ha voluto un florilegio «politicamente corretto». Più che al raziociname ideologico, l'autore si affida piuttosto nella scelta al criterio un po’ magico e misterioso ma sempre verde della «cantabilità» di un sentimento.
Foglie della memoria sono appunto le arie verseggiate che accompagnano gioie e dolori della vita italiana del '900, la commentano e la trasvalutano per immagini, aspirazioni e parabole significanti. C'è per questo il dialetto (con i romaneschi Trilussa e Trombadori, i milanesi Tessa e Loi, i veneti Marin, Noventa e Giotti, il romagnolo Tonino Guerra, il napoletano Raffaele Viviani) il canto anarchico e popolar-resistenziale (da «Figli dell'officina» a «Se non ci ammazza i crucchi...») fino alla voce dei poeti-cantautori degli anni Sessanta e Settanta (Enzo Jannacci, Luigi Tenco, Fabrizio De André, Lucio Dalla, Elio e le Storie Tese, Francesco De Gregori, Claudio Baglioni, Sergio Endrigo) che hanno prodotto tante parole-immagini-suoni e vivificato l'erario della lingua un po’ come lo specchio zigrinato del «comune sentire» nazionale. Naturalmente a questa nutrita compagnia cantante si aggiungono i poeti «laureati» (Saba, Montale, Quasimodo, Sbarbaro, Gatto, Luzi, Sereni, Pasolini), i testimoni di un neorealismo ideologico e a fondo romantico (Velso Mucci, Mario Socrate, Michele Parrella) accanto ai più moderni e sperimentali (Pagliarani, Zanzotto, eccetera) e a quelli appena toccati dal cinismo scanzonato e postmoderno dei nostri tempi (Valentino Zeichen, Patrizia Cavalli). E tanto altro ancora: a conferma di come la «provincia letteraria» italiana sia tanto liricamente più feconda di quanto non si creda.