Versilia, la Polinesia toscana

A Forte dei Marmi il ciclo di grandi mostre dedicato alle «estati d’arte» nel Novecento

Come doveva essere bella l’estate in Versilia, negli anni Venti e Trenta. Doveva essere un’estate incantata, come si intitola il ciclo di mostre promosso dal Comune di Forte dei Marmi, giunto quest’anno alla seconda edizione («L’estate incantata. La Versilia e le opere di De Grada, Funi, Messina», a cura di Antonio Paolucci e Anna Laghi, fino al 20 settembre, catalogo maschietto&ditore). E se l’aggettivo incantata può sembrare un po’ retorico, pensiamo che l’hanno usato in tanti, a cominciare da Carrà, che quando giunge per la prima volta a Forte dei Marmi nell’estate del 1926, su consiglio di Soffici, capisce subito «di aver trovato gli incanti e le magie di un paesaggio che confaceva al mio intimo sentimento».
Certo, dobbiamo immaginare una Versilia che non c’è più: la banchina del molo con gli ostricari, la lunga spiaggia non interrotta dalla strada costiera, con i capanni dei pescatori, le reti stese ad asciugare, i fasci di canne e di legno legati a cono, le barche arenate sulla distesa della sabbia dove spuntava ancora qualche filo d’erba, lo stelo di qualche fiore. Era una «Polinesia toscana», come scriveva Bigongiari, ma anche rinascimentale, se sulla piazzetta del Forte c’erano ancora i marmi, i blocchi che erano stati di Michelangelo, giunti da Serravezza e accumulati davanti al ponte caricatore di legno.
I primi artisti a scoprire la Versilia erano stati i tedeschi della Scuola Romana, come Hans von Marées, che vi era giunto nel 1891, insieme con grandi storici dell’arte come Hildebrandt e Fiedler. L’anno successivo era arrivato Böcklin, il simbolista svizzero. Ma la vera invasione turistica si ebbe proprio negli anni Venti, tanto che nel 1925 Thomas Mann si lamentava che non c’era più pace, non c’era più tranquillità. Se tornasse al mondo oggi!
Quanto agli italiani, perché è di loro che ci occupiamo, nel giro di pochi anni arrivano Soffici, Carrà, De Chirico, Savinio, Maccari, Funi, Tosi, Cagli, De Grada, Campigli, Cesetti. Accanto a loro ci sono scultori come Dazzi, Messina, Arturo Martini, Romanelli, Rambelli, Manzù. E poi ci sono gli scrittori, da Moravia a Longanesi, da Papini a Gatto, da Bacchelli a Bontempelli, da Prezzolini a Montale, da Malaparte a Repaci; ci sono gli architetti come Muzio e Piacentini, i filosofi come Gentile, gli editori come Vallecchi, gli storici dell’arte come Longhi. A scorrere l’elenco delle presenze, sembra che tutto lo stato maggiore delle nostre lettere e arti italiane si sia dato appuntamento al Caffè Roma, sotto il Quarto Platano.
Appunto a De Grada, Funi e Messina è dedicata la mostra di Forte dei Marmi. Funi, come ci racconta Nicoletta Colombo nel suo saggio in catalogo, arrivava con la sorella Margherita, il barboncino nero e qualche libro non proprio da spiaggia (il Timeo e il Fedone, la Vita Nova di Dante, Cicerone e Tacito). Alla mattina dipingeva, al pomeriggio faceva nuotate e vogate in barca, poi qualche lettura, infine approdava al caffè. Qui trovava gli amici, tra cui De Grada, che era in vacanza nella vicina Vittoria Apuana, e arrivava al tramonto, su una bicicletta carica di cavalletto, telai e colori. Messina invece, che giunge al Forte per la prima volta nel 1925, vi torna regolarmente nel dopoguerra fino agli anni Sessanta. E spesso va in via Civitali, verso l’Aurelia, dove, tra case dimesse, pollai e fattorie, ha casa Henry Moore.
Ma veniamo alla mostra. Con oltre sessanta opere, la rassegna dà una valida idea dei tre artisti. Messina e Funi si riconfermano i grandi maestri che conosciamo. Quanto a Raffaele De Grada, il meno noto dei tre, è una vera sorpresa, e per questo dedichiamo a lui questo finale di articolo, sicuri che i suoi due colleghi non se ne avranno a male. De Grada è infatti un pittore tutto da riscoprire. Forse i tempi non sono favorevoli oggi, in cui tutto è light e soft, e in cui anche la fortuna di cui gode l’ormai insopportabile Impressionismo corrisponde al senso dell’effimero che ci pervade e ci avvelena. De Grada invece non è affatto un impressionista. Pensa che la natura (o Chi per essa) non abbia creato alberi e terre per il gusto di distruggerli dopo un attimo, e sia invece una costruzione come lo è una casa, un tempio: diversa, certo; destinata a durare meno, forse; ma costruita come un’architettura, con un peso, una massa, un volume. Osservare i paesaggi di De Grada, anche quelli più en plein air, significa vivere in un tempo che non è quello nevrotico dell’attimo. Significa provare un sentimento di solidità, persistenza, equilibrio: sentimenti di cui abbiamo bisogno, perché sarà anche vero che tutto passa, ma è anche vero che qualcosa rimane.
Stando agli impressionisti, sembra che la natura sia fatta solo di fiori, nuvole e fili d'erba. Invece ci sono anche le montagne, i tronchi, le pietre: tutte cose che valicano i secoli. De Grada ha espresso queste verità con una pittura sobria e potente, dimessa e monumentale: una pittura che offre poco alla piacevolezza superficiale, ma molto alla riflessione profonda. E si fatica a capire come mai il suo nome non abbia ancora il posto che merita tra i grandi paesaggisti del ventesimo secolo. Tra i maggiori, intendiamo dire.
LA MOSTRA
L’estate incantata. La Versilia nelle opere di De Grada, Funi, Messina. Forte dei Marmi, Il Fortino, fino al 20 settembre