LA VERSIONE DEI MILITARI La portavoce dell’Alleanza: l’Italia ha lanciato l’allerta ma poi ha detto di aver fatto da sé

Zliten (Libia)Khamis, il figlio feroce del colonnello Gheddafi, che puntella il regime del padre con le baionette è stato ucciso dai bombardamenti della Nato, secondo i ribelli. Peccato che questo sia il terzo annuncio del genere, dall’inizio del conflitto in Libia.
Nell’ennesimo episodio di guerra mediatica, Zakkaria Sahar, rappresentante dei ribelli a Bengasi, sembra convinto mentre spiega alla tv Al Arabiya, che «Khamis è stato ucciso in un raid della Nato assieme ad altri 32 ufficiali del regime». L’attacco mirato avrebbe colpito giovedì un edificio a Zliten, 160 chilometri a est di Tripoli, solitamente utilizzato dal sesto figlio di Gheddafi. Il centro costiero è da giorni l’obbiettivo di un’offensiva dei ribelli che avanzano da Misurata, la terza città del Paese. Tripoli accusa la Nato di colpire dal cielo e dal mare per spianare la strada agli insorti. Gli uomini del Colonnello reagiscono. Mercoledì sono stati lanciati venti razzi contro la nave da guerra inglese «Hms Liverpool», che li ha schivati tutti. L’altroieri, quando la Nato avrebbe bombardato il rifugio di Khamis, le guide del governo ci hanno portato a Zliten, deserta per le bombe e il Ramadan, ma sempre in mano agli uomini del Colonnello. A qualche chilometro, in lontananza, rimbombavano le esplosioni e si sentiva il fruscio pauroso dei razzi Katiusha lanciati dal fronte.
Il portavoce del regime, Moussa Ibrahim, ha smentito la morte di Khamis e denunciato «lo sporco gioco per allontanare l’attenzione dei media internazionali dalle vittime civili di Zlitan causate dalle bombe Nato». Neppure il premier ad interim dei ribelli, Mahmoud Jibril conferma la morte di Khamis nel raid, che però sarebbe effettivamente avvenuto. E tantomeno si sbilancia la Nato. Il figlio militare di Gheddafi comanda la 32ª brigata, che era una delle poche unità dell’esercito libico degna di questo nome: i baschi rossi, con le mostrine da paracadutista, che puntellano il regime.
Dall’inizio della rivolta, il 17 febbraio, Khamis è stato dato una prima volta ferito gravemente. Poi doveva essere stato ucciso in un attacco fantasioso a Tripoli. Un pilota disertore si sarebbe lanciato con il suo velivolo sul bunker di Bab al Azizya, come un kamikaze, ammazzando il figlio combattente del colonnello. Khamis è riapparso a fine marzo, proprio a Bab al Azizya, per farsi riprendere dalla tv di Stato.
Si sospetta che il comandante dei baschi rossi guidi la battaglia a Zliten, il terzo fronte della guerra civile. Se la città cadesse si aprirebbe un varco verso Tripoli.
L’unico dato certo è che a Zliten questa guerra indigesta ha provocato, giovedì all’alba, la morte di due bambini e della loro mamma. La casa di più piani, dove vivevano, si è accartocciata su se stessa per colpa di una bomba sganciata dai caccia della Nato, secondo i vicini. I volti tumefatti e insanguinati di Moates, la bimba più piccola, attorno ai cinque anni e di Mohammed si scorgono dalle bare in legno coperte da un sudario bianco. I familiari urlano ai giornalisti se «è questa la missione della Nato di proteggere i civili». Il padre delle piccole vittime, Mustafa al Marabit, con alcune bende e schizzi di sangue sulla tunica musulmana, si è salvato. Lo spacciano per un semplice insegnante, ma la sua casa afflosciata dà l’idea di un personaggio ben inserito.
A Zliten ci hanno portato anche a vedere una scuola bombardata e un college dove si studiava legge. La Nato ha ammesso di colpire edifici civili perché sarebbero utilizzati per nascondere munizioni o far dormire le truppe del Colonnello. Fra le rovine della scuola elementare si trovano solo quaderni e banchi impolverati. Nel college, invece, colpito dalla Nato in contemporanea, tre giorni fa, si notano fra le macerie coperte militari, uniformi stracciate, anfibi abbandonati ed una cassetta divelta di munizioni.
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