Verso il disgelo tra Quirinale e centrodestra

Si moltiplicano i segnali di riavvicinamento. E il post comunista diventa un post ciampiano

nostro inviato a Napoli

L’appello al voto? Giorgio Napolitano alza le spalle: «Che c’è di strano? Stiamo parlando della Costituzione, sarebbe stato singolare se fossi rimasto in silenzio». Due passi blindati alle sette di sera attorno a piazza Santa Croce, qualche stretta di mano, poi via in auto verso la prefettura. E le parole bipartisan? E l’invito al governo a non «distruggere» a priori le riforme del centrodestra? Su questo, silenzio assoluto. Quello che doveva dire il capo dello Stato lo ha detto nella solenne cornice di Palazzo Reale. «E poi non ha detto nulla di speciale - minimizza il suo staff - Certi concetti sulla reciproca legittimazione c’erano anche nel suo discorso d’insediamento alla Camera».
Eppure ci deve proprio essere qualcosa di nuovo, di discontinuo, se dopo un mese di critiche e di allusioni al suo passato al Bottegone, ora anche la Cdl gli batte apertamente le mani. Prima, un quindicina di giorni fa, il colloquio «amichevole» con Silvio Berlusconi, primo leader ad essere ricevuto sul Colle per un giro d’orizzonte sui problemi del Belpaese. Poi, quasi in assonanza con le perplessità del centrodestra sull’inchiesta di Potenza, la richiesta d’informazioni sui procedimenti del Csm a carico di John Woodcock: nessuna ingerenza, solo un atto dovuto dopo un’interpellanza di Cossiga, ma un segnale forse sì. E adesso, quest’apertura all’opposizione, che come impatto va ben oltre la tradizionale equidistanza del settennato precedente. Così per la Cdl, ora al Quirinale non c’è più un post-comunista ma un post-ciampiano, un presidente che avrà pure un passato politicamente definito ma che cerca un futuro super partes e un ruolo da pacificatore nazionale.
Del resto è lui stesso a spiegarlo, nel discorso ufficiale: «Sono pienamente consapevole della portata e della complessità del mandato che mi è stato affidato come rappresentante dell’unità nazionale e come garante imparziale dei diritti di tutti i cittadini e di tutti i soggetti politici e sociali senza alcuna distinzione di opinioni e orientamenti». Quello che conta, insiste, «è l’Italia nel suo insieme, per il punto in cui sono giunte l’economia e la società» e il futuro del Paese».
Un futuro che forse lo preoccupa. Dai furbetti a Calciopoli, da Vittorio Emanuele alla sanità, qui si viaggia al ritmo di uno scandalo a settimana. Sul merito non entra. Le intercettazioni? «Chiedete a Mastella». Nuove regole per la pubblicazione delle telefonate? «È una questione specifica e complessa. Io non ho modo adesso di pronunciarmi sui princìpi con la necessaria ampiezza e comunque è responsabilità del governo e non della presidenza». E le larghe intese per un decreto? «Io auspico sempre larghe intese. Se poi non si realizzano, questo non dipende da me...».