Verso una nuova crisi: Ungheria a rischio crac Venerdì nero in Borsa

Il governo di Budapest accusa l'esecutivo precedente: "Fallimento vicino, la sinistra ha truccato i conti. Il deficit è pari al 7,5% del pil, non al 3,8%". L'euro precipita fino a quota 1,19 sul dollaro

I debiti e le carte truccate. Il pericolo di default. È una storia già sentita, tristemente simile a quella della Grecia, quella che ieri l’Ungheria ha sbattuto sulla faccia dei mercati, provocandone l’ennesimo corto circuito con l’inevitabile appendice fatta di indici picconati, titoli al collasso, spread impazziti ed euro in affanno. Sulle piazze finanziarie sono infatti calate come un maglio le parole con cui il portavoce del governo di centrodestra, uscito vittorioso dal voto di aprile quasi con un plebiscito, ha detto che l’ipotesi di una bancarotta sovrana «non è un’esagerazione». Più tardi, ad affondare il coltello nella piaga ci ha pensato Lajos Kosa, vicepresidente del partito di maggioranza Fidesz: «Il fallimento dello Stato è vicino». Strappato appena lo scorso anno dal baratro grazie all’intervento congiunto di Fondo monetario, Unione europea e Bce con aiuti per 20 miliardi di euro, il Paese magiaro è di nuovo alle corde. Soffocato da un indebitamento nettamente superiore a quello messo nero su bianco nei documenti ufficiali. Colpa del precedente esecutivo di sinistra, è l’accusa formulata dal portavoce del premier, Viktor Orban, secondo cui i dati statistici sono stati «manipolati» e «mentono» sul reale stato di salute dei conti pubblici. Atene sembra insomma aver fatto scuola, creando degni epigoni nell’arte della falsificazione. Nella sostanza, rispetto al rapporto deficit-Pil al 3,8% (un livello da Paese virtuoso considerata la crisi) dichiarato dal precedente governo, il disavanzo sarebbe pari al 7,5%. Da ora, quindi, anche l’Ungheria diventa un sorvegliato speciale che dovrà mettere a punto una cura fatta di tagli e sacrifici per guarire. Alcuni analisti sono però scettici: lo spettro del default, dicono, sarebbe stato agitato da Budapest per ottenere un prestito più alto dal Fmi, con cui inizieranno a breve i negoziati. L’Ungheria è un piccolo Paese, con appena 10 milioni di abitanti e un prodotto interno lordo 2009 attorno ai 100 miliardi di euro, ben oltre la metà di quello ellenico (240 miliardi); l’anno scorso ha pagato un tributo salato alla crisi sotto forma di una contrazione economica del 6,3%. Budapest, inoltre, non fa parte di Eurolandia. Eppure, ieri il sismografo dei mercati è impazzito non appena lo spettro del crac è stato evocato, andando a sommarsi alle preoccupazioni legate al mercato del lavoro Usa (vedi servizio a parte) e alle voci di forti perdite su derivati da parte di Société Générale. Il gruppo francese ha poi smentito i rumor, ma la mazzata sui titoli (-7,5%) è arrivata lo stesso. E a fine giornata, ovunque, si sono raccolti solo cocci: a Londra (-1,63%) come a Parigi (-2,86%); male Francoforte (-1,91%), e ancor peggio Milano (-3,79%), Budapest (-3,34%) e Atene (-5,56%). Mentre l’euro toccava il punto più basso da quattro anni sul dollaro, scendendo sotto quota 1,20, e capitolava nei confronti del franco svizzero (minimo storico a 1,3867 franchi), il differenziale Btp-Bund superava i 170 punti, picco dal 1997. Tensione ai livelli di guardia anche sul mercato dei credit default swap (il costo per assicurarsi dal rischio di bancarotta): i cds dell’Italia toccavano i 290 punti (237 giovedì) e quelli della Spagna 320 punti da 258; vertiginosa l’ascesa dei cds del Portogallo (400 punti da 338) e della Grecia (a 790 da 762). Perfino la Germania, considerata finora immune dal toto-default, ha finito per soffrire. «La Bce - secondo Paribas - non avrà altra scelta che comprare bond italiani e spagnoli se persiste la situazione di tensione sui mercati». L’Ungheria, come si diceva, è piccola. La reazione delle Borse, dunque, può apparire incomprensibile. Anche senza considerare che i due terzi dei prestiti delle famiglie ungheresi sono espressi in valute diverse dal fiorino e che in terra magiara sono forti gli interessi industriali delle aziende europee, è fuor di dubbio che il caso-Budapest alimenta con rinnovato vigore i timori di un effetto contagio. C’è inoltre la questione dei conti taroccati, secondo caso dopo quello greco. Così, ragionano i mercati, è possibile escludere che nessun altro Paese abbia qualche altro scheletro nell’armadio, ora che sembra dimostrata l’inaccuratezza dei controlli di Bruxelles sulle finanze pubbliche?