Dal vertice Apec ancora divergenze tra Bush e Seul

Alberto Pasolini Zanelli

da Washington

I ventuno Paesi dell’Apec (Associazione per la cooperazione Asia-Pacifico), riuniti ad Hanoi per il loro vertice annuale, esprimono «forte preoccupazione» per i programmi nucleari della Corea del Nord. Ma non sono disposti a compiere il passo successivo, desiderato dal presidente americano George W. Bush, che sarebbe l’«adozione» di misure di più forte e immediata pressione sul regime di Pyongyang. Occorrerebbe per questo una unanimità che invece c’è solo nell’appello comune per il rilancio dei negoziati sulla liberalizzazione degli scambi nell’area Asia-Pacifico, che rappresenta circa la metà dei commerci mondiali.
Bush ha scelto questa occasione per rilanciare la sua politica nell’Asia nord-orientale, vale a dire attorno alla Corea del Nord, che egli definisce «focolaio di destabilizzazione». Ma sulla sua linea egli è riuscito ad attrarre solo una minoranza fra i Paesi partecipanti, il più significativo fra i quali è il Giappone. Il colloquio di ieri fra Bush e il premier di Tokio Shinzo Abe ha confermato una identità di vedute, che da parte giapponese si estende alla ventilata contromisura di uscire dal «voto di castità nucleare» se i nordcoreani tradurranno in armi i propri progetti.
Ma assai minore successo l’uomo della Casa Bianca ha avuto dall’altro suo colloquio di ieri, quello con il presidente sud-coreano Roh Moo-hyun, che gli ha ripetuto di non poter appoggiare integralmente le sanzioni previste dalla risoluzione 1718 dell’Onu contro la Corea del Nord e il rifiuto di partecipare a quella parte della Iniziativa di sicurezza sulla proliferazione che prevede l’intercettazione in mare aperto di navi da carico da e per i porti nord-coreani per «accertare che non trasportino tecnologie o combustibili nucleari». La posizione del presidente sud-coreano non è una sorpresa, in quanto egli è il principale sostenitore della «distensione» fra Nord e Sud e su questo programma è stato eletto.
Bush si incontra oggi con gli altri due interlocutori più importanti ai suoi fini: il presidente russo Vladimir Putin e quello cinese Hu Jintao, ma è molto improbabile che egli ne riceva l’appoggio desiderato. Il ministro degli Esteri di Mosca Serghei Lavrov, pure presente ad Hanoi, ha ammonito ieri a «non mettere in un angolo la Corea del Nord forzando questa o quella situazione; perché in questo caso gli incentivi alla proliferazione nucleare aumenterebbero invece in modo significativo». Lavrov ha aggiunto che le stesse considerazioni valgono per l’Iran. Un poco più duttile sarà forse la Cina, che dispone di maggiori leve di pressione nei confronti di Pyongyang in quanto da Pechino vengono gran parte degli aiuti alimentari per la popolazione nord-coreana. I cinesi sono disposti a un certo aumento delle pressioni come strumento per indurre la Corea del Nord a tornare al tavolo dei negoziati.
Sull’argomento Bush è tornato anche nel suo consueto discorso radiofonico del sabato agli americani, rivolgendosi direttamente alla Corea del Nord con qualche elemento di novità: Pyongyang deve abbandonare i suoi programmi nucleari militari, perché gli Usa non sono disposti a «tollerare la proliferazione di armi di sterminio verso regimi ostili».