Il vertice flop allontana le Americhe

Nella sala riunioni Bush e Chavez si ignorano. Fuori si scambiano accuse

Alberto Pasolini Zanelli

da Washington

Sì è concluso con un fallimento il vertice di Mar del Plata, arena di dimostrazioni e risentimenti per i più, piccolo bunker per i rappresentanti dei 34 Paesi di tutte le Americhe, impegnati, almeno alcuni, nel tentativo di salvare in qualche modo un ambizioso progetto economico, l’Area di libero commercio (Alca) che dovrebbe costituirsi nella regione. Sull’Alca non è stato raggiunto nessun accordo. Nel documento finale sono stati inclusi due paragrafi che rispecchiano le posizioni contrastanti di 29 Paesi da un lato (che vogliono continuare il negoziato) e Mercosur più Venezuela dall’altro che sono contrari. Gli Usa, spalleggiati da Canada, Messico e pochi altri, si sono battuti fino all’ultimo perché ci fosse un documento che esprimesse almeno la volontà di continuare le trattative.
Forse anche perché nella sala delle riunioni i due protagonisti, portavoce dei rispettivi progetti, erano contemporaneamente impegnati a ignorarsi a vicenda: George Bush e Hugo Chavez. Li aiutava che l’ordine alfabetico fosse nella lingua del Paese ospite, l’Argentina, e dunque in spagnolo, il che situava gli Estados Unidos ben lontani dal Venezuela. In inglese sarebbero stati vicini di posto e dunque costretti a voltarsi fisicamente le spalle. È vero che Chavez ha dato il meglio della proprio torrenziale eloquenza sulle piazze, gigantografia del Che Guevara alle spalle, mazza da baseball cubana in una mano e nell’altra un cellulare su cui, ha detto: «Mi ha appena chiamato Fidel per dire buon lavoro a tutti». Chavez ha variamente citato anche Eva Perón, Thomas Jefferson e Martin Luther King. Ha invitato tutti a far sì che «Mar del Plata diventi la tomba di un accordo che è morto, e saremo noi a seppellirlo». E sullo slancio ha reiterato la sua sfida all’«imperialismo americano»: «Se mai, nella sua disperazione, esso tenterà di invadere il Venezuela, la guerra durerà cent’anni e alla fine o saremo liberi o ci sarà una bandiera piantata sulle nostre rovine. Non diventeremo mai una colonia».
In aula i toni di Chavez sono stati un po’ diversi ma non troppo. E così quelli di Bush, che non solo ha definito il presidente venezuelano come «un fattore di instabilità nell’America Latina» ma anche «un leader che ostacola la libertà di culto» (riferendosi alla recente espulsione di alcuni predicatori evangelici come rappresaglia per l’invito del reverendo Robertson a «liquidare fisicamente» Chavez). Lo «scontro fisico» è stato evitato, ma le tensioni politiche no. A dirigere il coro anti Bush si è affiancato a Chavez il presidente argentino Néstor Kirchner, che ha ribadito ed esaltato la decisione di Buenos Aires di cominciare a risanare le proprie finanze dopo il crac di qualche anno fa rifiutando le ricette del Fmi, e scegliendo invece di non pagare il debito estero. Ha accusato gli Usa di avere «portato miseria e povertà all’America Latina, fomentato l’instabilità politica e istituzionale, provocato la caduta di governi eletti democraticamente». In un colloquio a due con Bush, Kirchner ha rincarato la dose definendo «egemonico» il ruolo di Washington nel mondo intero e provocando una secca reazione dell’ospite. Tanto che alla fine il Presidente argentino ha definito il colloquio «chiaro, franco e rude».
E così è il comportamento della piazza. Non solo a Mar del Plata, non solo in Argentina. La prossima tappa della missione sudamericana di Bush è il Brasile e già ieri si sono svolte tumultuose dimostrazioni antiamericane a Rio de Janeiro, a San Paulo, a Salvador de Bahia e a Porto Alegre, organizzate dai sindacati e dai militanti del Partido dos Trabalhadores, il partito del presidente Lula. Oggi Bush arriverà nella capitale, Brasilia, dove sono previste altre dimostrazioni in stile no global, spie di una larga e forse profonda involuzione dell’America Latina. Delusi dagli esperimenti neoliberisti, un numero sempre maggiore di Paesi hanno richiamato al potere partiti di sinistra o almeno fortemente nazionalisti e protezionisti.