Il vertice Governo e parti sociali

RomaUno scatto d’orgoglio. Un’assunzione di responsabilità per scacciare via lo spettro del declino. E una collaborazione concreta, pur nella distinzione dei ruoli, perché l’onere della decisione non potrà che spettare all’esecutivo. È questo l’appello rivolto dal governo nel vertice con le parti sociali. Un appuntamento che assume un rilievo ancora più importante alla luce della nuova giornata di passione sulle borse mondiali.
Sono le 17 di un caldo pomeriggio romano quando a Palazzo Chigi Silvio Berlusconi, Giulio Tremonti e Maurizio Sacconi accolgono una folta pattuglia di ministri, da Renato Brunetta ad Altero Matteoli, da Stefania Prestigiacomo a Paolo Romani, da Saverio Romano a Mariastella Gelmini, da Roberto Calderoli ad Annamaria Bernini e Raffaele Fitto. Un parterre delle grandi occasioni convocato per il faccia a faccia con Emma Marcegaglia, il presidente dell’Abi, Giuseppe Mussari e i segretari generali di Cgil, Cisl, Uil e Ugl.
Il primo a prendere la parola è Berlusconi, seguito da Tremonti. Ma è Gianni Letta che cerca di dare la misura della drammaticità del momento. «In questi cinque giorni tutto è cambiato, tutto è precipitato» dice il sottosegretario alla presidenza del Consiglio. «Servono scelte rapide e coerenti e il governo sta valutando tutte le ipotesi». Il messaggio, al di là di schermaglie e liturgie, è chiaro e diretto: indietro non si torna, tra il 16 e il 18 agosto convocheremo un Consiglio dei ministri per varare un decreto legge con le misure anticrisi richieste dalla Bce. L’imperativo, come annuncia Tremonti, è anticipare di un anno, al 2013, il pareggio di bilancio e «ristrutturare la manovra» da 48 miliardi di euro approvata in luglio. I nuovi obiettivi di deficit/Pil diventano 3,8% per il 2011 (da 3,9%), 1,5-1,7% per il 2012 (da 2,7%).
La reazione dei sindacati è interlocutoria. La Cgil esprime un «no» preventivo un po’ su tutto. «Siamo contrari a interventi su pensioni, redditi da lavoro dipendente, sanità e assistenza» dice Susanna Camusso. Il segretario Uil, Luigi Angeletti batte sul tasto dell’equità: «La manovra deve essere rigorosa ma equa e giusta. E il governo dia un segno chiaro sui tagli dei costi della politica». Ma è soprattutto l’ipotesi di uno sciopero generale avanzata dalla Cgil, in caso di una manovra che colpisca «i soliti noti», a far discutere. Con la dura presa di posizione del leader Cisl Raffaele Bonanni. «Non riteniamo opportuno aggravare ulteriormente questo momento di crisi. Non è ciò che serve per placare i mercati». Su tutte le furie anche il Pdl che parla di «atto antinazionale». Infine Emma Marcegaglia che chiede «tagli alla spesa pubblica e provvedimenti sulla tracciabilità dei contanti, contro l’evasione fiscale» aprendo a sacrifici per i redditi più alti.
Sullo sfondo si gioca anche la partita politica. Dopo il vertice, Angelino Alfano convoca ministri e capigruppo a Via dell’Umiltà per fare il punto. Una mossa apprezzata dentro un partito che punta a recuperare centralità e chiede a Berlusconi che sia lui a gestire in prima persona l’emergenza. Una richiesta firmata da Maurizio Gasparri. Ma anche da Giorgia Meloni che chiede che «il Pdl dimostri di essere il partito di maggioranza relativa». Lo schema è quello del confronto tra l’ala «socialista» e quella «liberale». Una dialettica portata allo scoperto da Guido Crosetto che punta il dito contro la «dominanza di visione socialista che pervade le persone che stanno facendo le proposte economiche». E rilanciata da Roberto Formigoni. «Bravo Crosetto! Non possiamo seguire coloro che sono rimasti ancorati ai dogmi economici e politici del Psi preautonomista, demartiniano, ancien regime. Sono le idee di costoro a portarci spesso fuori strada».