Al vertice Nato imbarazzo tra gli alleati

Alberto Pasolini Zanelli

da Bruxelles

«Business as usual» è la definizione più ufficiale, più impropria e più inevitabile della riunione Nato di oggi. Routine dovrebbe essere perfino la presenza del segretario di Stato americano Condoleezza Rice. «Non è in agenda» una discussione su quello che è invece ovviamente il tema del giorno nei rapporti euro-americani, e cioè la vicenda che viene variamente definita «rendition», trasferimento, «carceri segrete» o «tortura». Bontà loro, i portavoce della riunione prevedono che in qualche modo, «informalmente», si finirà col parlarne; sforzandosi poi un po’ tutti di annacquare, anzi sommergere il tema in argomenti che in altre occasioni avrebbero suscitato interesse, come il progettato «pattugliamento comune» nel Mediterraneo o il previsto raddoppio del contingente Nato in Afghanistan.
E i diplomatici potrebbero anche riuscire in questa operazione se fossero veramente fra loro e non rappresentassero dei governi a loro volta sottoposti alle pressioni dell’opinione pubblica; imbarazzanti anche perché la strategia diplomatica preannunciata un paio di settimane fa per il periplo europeo della Rice (che si chiude appunto a Bruxelles) mirava alla sutura delle vecchie ferite inferte al tessuto euroatlantico dalla controversa guerra in Irak. Le polemiche più recenti non riguardano direttamente Bagdad ma un capitolo in sé molto meno controverso della politica americana: la lotta alle organizzazioni terroristiche direttamente e comprovatamente responsabili della strage dell’11 settembre 2001 a New York.
Questa rapida ricostituzione di un fronte unito fra gli alleati era da molti considerata illusoria anche prima che scoppiassero gli ultimi incidenti e la caduta delle illusioni è stata in qualche modo ratificata dalla strategia della «controffensiva» ben presto decisa da Washington ed espressa nei toni fortemente polemici del segretario di Stato alla sua partenza da Washington. Ci sono evidentemente limiti ben precisi alla volontà di riconciliazione dell’amministrazione Bush, determinati anche e soprattutto dalle polemiche interne negli Stati Uniti. Gli alleati europei, dal canto loro, sono lungi dall’avere messo in piedi una linea comune e anzi affrontano la polemica in ordine sparso. Il più imbarazzato è stato finora il governo di Berlino, che da un lato ha ricevuto le scuse dell’America per l’arresto, la detenzione e i maltrattamenti «per errore» di un cittadino tedesco di origine araba omonimo di un terrorista ricercato, e dall’altro ha visto rivelati i contorcimenti cui si era adattato il governo precedente, proprio quello rosso-verde di Gerhard Schröder.
Vivaci critiche hanno suscitato a Washington anche i toni, se non la sostanza, del ministro degli Esteri britannico Jack Straw, «corretti» nelle ultime ore da Tony Blair in persona. Ma neanche l’opinione pubblica americana è concorde, e lo si è visto nelle posizioni editoriali dei due quotidiani più autorevoli. Il Wall Street Journal ha sferrato un attacco senza precedenti agli europei nel loro complesso, giungendo a definire i colloqui «la tortura europea di Condy» e risfoderando le accuse di opportunismo e codardia politica. Il New York Times insiste invece sulle responsabilità dell’amministrazione Bush, «che si è fatta scudo della lotta al terrorismo per abusi di potere che minano la credibilità degli Stati Uniti e danneggiano gravemente l’immagine dell’America».